Gli indiani trascorrono quasi 11 ore alla settimana a leggere, i thailandesi si dedicano alla lettura 9 ore ogni 7 giorni, i cinesi otto. Basterebbero questi tre dati per distruggere la retorica etnocentrica ed europeicentrica che avvolge il mondo della letteratura e in generale della cultura, in particolare in Italia. Perché culla della Storia, della civiltà e anche delle arti questo Paese lo è stato, ma da tempo ha perso la bussola ed è precipitato in un pozzo senza fondo.
Basti pensare al grande paradosso dell’editoria nostrana: ormai in Italia si stampano circa 85mila novità all’anno (oltre 230 nuovi libri al giorno), ma quasi la metà della popolazione sopra i 6 anni (circa il 43% secondo i criteri più rigidi dell’Istat) non apre nemmeno un libro all’anno.
Nell’Unione Europa (dove svettano Lussemburgo e Svezia per tasso di lettori complessivo) siamo al terzo posto, ma a partire dal basso. E quelli che si dichiarano lettori trascorrono sui libri 2 ore e 47 minuti alla settimana.
Il problema
È evidente che non bastano i pur confortanti dati sugli utenti nelle biblioteche o sulla concentrazione di spazi di studio e lettura in determinati territori per indorare la pillola. Il fenomeno è l’effetto di un problema ben più complesso che si interseca con una diffusa povertà culturale che avvolge il nostro Paese in ogni ambito della vita pubblica e privata. Ed è qui che frammentazione digitale e calo dell’attenzione hanno trovato terreno fertile più che altrove.
I dati più recenti dell’Osservatorio Aie evidenziano infatti una mutazione: sebbene l’inclusione di e-book, audiolibri e auto-pubblicazione allarghi la platea dei lettori occasionali, la frequenza e il tempo dedicati alla lettura approfondita sono crollati. La lettura settimanale è in calo e il tempo medio speso sulla pagina scritta diminuisce a favore di consumi digitali più rapidi e frammentati.
In questo contesto la sfida delle biblioteche è quella di affrontare una mutazione radicale per non trasformarsi in monumenti del passato. Se il tempo dedicato alla lettura crolla e il digitale frammenta l’attenzione, la biblioteca non può più essere solo un deposito di libri cartacei o un santuario del silenzio, ma deve evolversi da luoghi di conservazione a piattaforme di comunità. E trasformarsi nel cosiddetto «Terzo Luogo», quello spazio di relazione in cui si vive oltre alla casa e alla scuola o al luogo di lavoro.
Il modello vincente è quello delle Learning Cities del Nord Europa o della Repubblica Ceca - nell’immaginario collettivo non certo la Patria della cultura.





