Zone strategiche, zone franche: il costo nascosto dei conflitti

Non si vedono nei bollettini di guerra, non compaiono nelle mappe. Eppure restano. Sono nelle zone rosse di Verdun, nelle leucemie infantili studiate dopo i test nucleari, nei milioni di tonnellate di Co2 liberate dai bombardamenti che ammalano senza scadenza. Mentre i conflitti occupano stabilmente il paesaggio del mondo - dall’Ucraina a Gaza, fino alle tensioni che attraversano il Medio Oriente - il dibattito pubblico si concentra su strategie, alleanze, confini, equilibri militari. Molto meno si parla di quello che resta quando le armi tacciono: territori contaminati, acqua compromessa, infrastrutture energetiche distrutte, emissioni e malattie che non si vogliono contabilizzare.
Eppure il costo ambientale e sanitario di un conflitto è un fatto materiale. Di questo rimosso collettivo parla Enzo Ferrara, chimico ricercatore dell’Inrim (Istituto nazionale di ricerca metrologica), direttore della redazione di Medicina Democratica e presidente del Centro studi Domenico Sereno Regis di Torino, che definisce le armi «merci oscene» e che sarà a Brescia, mercoledì 22 aprile, in occasione del seminario organizzato dalla Fondazione Micheletti su «Guerra, armi e ambiente. Difendere la pace, salvare il pianeta».
Lei definisce le armi «merci oscene»: questo perché è il mercato, prima ancora della guerra, il vero problema?
C’è un loop, una retroazione per cui tu fai la guerra, si apre il mercato delle armi, quindi produci più armi e probabilmente fai più guerre. È una sorta di cortocircuito. Prendiamo ad esempio la quantità impressionante di bombardamenti che sono stati fatti in Siria: è interessante vedere chi ha partecipato, ossia nazioni che sono distantissime da quegli interessi. Penso al Messico, alla Danimarca, al Kuwait: come mai la Danimarca ha effettuato bombardamenti in Siria? La risposta purtroppo è proprio la necessità di andare a sperimentare le capacità belliche, c’è la necessità di utilizzare queste merci, altrimenti le metti in un arsenale e diventano obsolete. Ecco perché queste armi sono - come le definiva Giorgio Nebbia - «merci oscene».
Perché quando parliamo di guerra fatichiamo a considerarla anche un disastro ambientale e sanitario strutturale? Dipende da una rimozione culturale o da un vuoto nei dati?
È chiaro che la guerra si fonda principalmente su un contrasto ideologico umano e quindi questo è l’aspetto che più viene rappresentato con la definizione del nemico. Anche quando si fa il calcolo di ciò che è stato distrutto in una guerra, sovente si parla soprattutto dell’ambito nemico, delle sue strutture, delle sue infrastrutture militari. Certamente c’è la necessità, da parte del pensiero militarista, di censurare le informazioni sui temi ambientali e sanitari.
Però poi quei danni restano nel tempo e in modo evidente. Quindi perché si trascurano?
Perché altrimenti ti trovi a dover osservare i retroeffetti della guerra, che sono anti-intuitivi, e scopri che questi controeffetti si ritorcono anche sui vincitori. Quando emergono? Solo quando ci sono solo diretti interessi economici imminenti. La chiusura dello stretto di Hormuz sulla scia della guerra americana e israeliana contro l’Iran è un esempio emblematico: è un retroaspetto che si evidenzia perché c’è una grossa crisi economica.

Può fare qualche esempio di ricadute pesanti sui territori dei cosiddetti vincitori?
Ad esempio i test nucleari statunitensi o russi: i danni che questi hanno causato in termini ambientali e sulla salute della popolazione sono enormi. Penso anche all’agente orange usato in Vietnam, agli effetti legati all’uranio impoverito che è stato spacciato come strumento di guerra. Se si vanno ad analizzare questi dati, si scopre che a lungo termine le vittime tra i vincitori, paradossalmente, sono molto più numerose di quello che è stato il danno del conflitto. Su tutti emerge la questione dei test nucleari: il premio Nobel Edward Lewis aveva avvertito tutti dei cosiddetti effetti a bassa intensità.
C’è una correlazione certa tra inquinanti di derivazione bellica e malattie?
Se si fa una stima sulla popolazione statunitense, vengono fuori delle cifre che sono nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone che hanno sviluppato leucemia. E sì, la correlazione con le radiazioni ionizzanti è accertata: tanto è vero che, da quanto i test nucleari sono stati banditi in alcune zone specifiche, i casi di quel tipo di leucemia, a partire da quella infantile, sono crollati. Evidenziare questo, però, significherebbe evidenziare un ulteriore costo delle guerre: quello che perdura oltre la fase stretta del conflitto.
Esiste una stima di quanto pesi realmente un conflitto moderno anche in termini di emissioni, contaminazioni, distruzioni di suolo, oppure siamo ancora in una zona grigia?
Sono analisi complicate da svolgere a conflitto in corso, perché spesso si fatica già a capire quante sono le vittime civili. C’è però uno studio europeo sull’impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sull’ambiente, aggiornato al 2025: si tratta di 150 milioni di tonnellate di CO2, che per capirci corrispondono alla totalità delle emissioni annuali del Belgio. A questo si aggiungono la distruzione di un milione di ettari di aree naturali protette e di 800 siti di biodiversità. Poi ci sono gli incendi e il rischio nucleare radiologico. In termini di emissioni e di consumo di risorse, la guerra è in assoluto il principale elemento inquinante.

Le industrie belliche sono sottoposte agli stessi standard ambientali delle altre filiere industriali, oppure esistono zone d’ombra giustificate dalla sicurezza nazionale?
Non soltanto le loro emissioni non sono considerate, ma non vengono neppure calcolate. Quando si fa una valutazione dell’impatto ambientale le questioni legate al mondo militare sono sempre escluse. Ci sono due definizioni nella legislazione italiana che con sempre maggiore frequenza vengono utilizzate: il termine «strategico» e il termine «critico».
Sono dei «lasciapassare»? Una sorta di zona franca?
Il termine strategico fa sì che ci siano zone che sono sotto controllo militare e non civile e quindi tutto ciò che riguarda la protezione ambientale e sanitaria di questi siti viene semplificato o derogato. Sotto il cappello dell’interesse nazionale ci sono ad esempio tutte le centrali legate alla produzione energetica, quindi non soltanto l’industria militare: tutte queste filiere non sono soggette a valutazione di impatto ambientale e sanitario. Paradossalmente l’unica fabbrica di armi che in Italia è soggetta a queste leggi è la Rwm, la Rheinmetall di Domusnovas, nella provincia del Sulcis Iglesiente, fra Cagliari e Oristano, perché è un’azienda tedesca e quindi non ha correlazioni dirette con il Ministero della Difesa italiano.
E in questa zona franca rientrano anche le nuove tecnologie? Quando un’area rientra nella sfera «strategica»?
Nelle ultime leggi si definiscono strategiche anche alcune produzioni tecnologiche, quindi le terre rare, l’utilizzo di elementi per le batterie e la produzione di cip o componenti elettronici: tutti campi definiti «strategici». Quando il valore della produzione tecnologica in quell’area supera i 500 milioni di euro, allora diventa strategica. E strategico significa anche, per esempio, che se avviene un incidente in quell’area non viene informata la popolazione, viene informato un ufficio della difesa che sta a Roma. Se scoppia un incendio, non necessariamente intervengono i Vigili del fuoco, è più probabile che intervenga l’esercito. C’è proprio tutto un meccanismo di sottrazione di quella zona al regime democratico.

È possibile bonificare e risanare un territorio devastato dalla guerra? E chi paga?
Non credo che sia davvero possibile bonificare del tutto dopo un conflitto. Basti pensare che in Francia, a Verdun, nella zona in cui furono utilizzati i gas nervini tossici durante la Prima Guerra Mondiale, esiste ancora la zona rossa preclusa alle persone. Sono passati oltre cent’anni e i livelli degli inquinanti restano elevatissimi. Questo per dire che alcune zone non sono e non saranno bonificabili: il problema è che queste aree stanno crescendo drammaticamente. Per questo bisogna rendersi conto che i due temi, difesa dell’ambiente e della salute e antimilitarismo sono strettamente connessi.
È corretto dire che il diritto internazionale ambientale resta subordinato alla logica militare?
Sì, il diritto ambientale non è minimamente considerato, viene subordinato a logiche di profitto e militaresche, dove le seconde sono la conseguenza delle prime. Al di sotto c’è sempre una richiesta che nasce dal sistema economico e di potere, una volontà di potere che può derivare dal petrolio, dalle terre rare o da altri tipi di prevalenza economica.
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