Il Medio Oriente resta senza un baricentro

Nell’autunno del 1920, mentre l’amministrazione britannica cercava di trasformare la Mesopotamia post-ottomana in un’entità governabile, Gertrude Bell, la madrina del moderno Iraq, osservava il terreno con uno sguardo più lucido di molti dei suoi contemporanei. A Londra si ragionava in termini di confini, dinastie, architetture istituzionali; sul campo emergeva un mosaico più complesso, fatto di appartenenze tribali, gerarchie religiose, interessi urbani e reti locali che sfuggivano a qualsiasi schema precostituito.
Nei suoi dispacci si intravedeva già allora la consapevolezza di un ordine politico in via di costruzione privo di corrispondenza nella realtà sociale chiamata a sostenerlo. Non era soltanto un problema amministrativo, ma una frattura più profonda, destinata a riemergere nel tempo. Un secolo dopo, quella frattura persiste e tende a strutturare l’intero sistema regionale. Dal Levante al Golfo Persico, ciò che colpisce non è la presenza di crisi, ormai acclaratamente fisiologica, ma la loro natura simultanea, interconnessa e, soprattutto, refrattaria a ogni previsione lineare.
Il fronte israelo-libanese è una delle manifestazioni più evidenti di questa dinamica. La tregua ha attenuato l’intensità dello scontro, ma non ha sciolto il nodo politico di fondo: l’esistenza all’interno dello Stato libanese di un gruppo armato come Hezbollah, inserito in una logica strategica autonoma e transnazionale.
Gerusalemme si muove secondo una dottrina di deterrenza preventiva; Beirut tenta di recuperare margini di sovranità, anche attraverso forme di coordinamento inedite sul piano della sicurezza; Teheran continua a utilizzare il gruppo sciita come snodo essenziale della propria architettura regionale. Il risultato non è un equilibrio, ma una sospensione instabile, costantemente esposta al rischio di riattivazione della crisi.
È tuttavia sul dossier iraniano che si misura il mutamento più significativo. La linea statunitense combina pressione militare e apertura negoziale, riproponendo in forma più strutturata un metodo già sperimentato durante la prima Amministrazione Trump, fondato su canali diretti e tendenzialmente bilaterali, anche con interlocutori controversi, trattati come controparti razionali con cui negoziare da una posizione di forza. Fu così con Kim Jong Un, poi con i Talebani.
Oggi questo approccio riaffiora anche con i Pasdaran, una struttura di potere insieme razionale e opaca, capace di negoziare e al tempo stesso di riscrivere le regole del confronto per preservare la tenuta del regime. Sui contenuti concreti di un possibile accordo, che sarà discusso nei prossimi giorni a Islamabad, la prudenza resta d’obbligo, alla luce delle linee rosse già esplicitate: per gli USA limiti stringenti e verificabili al programma nucleare, contenimento delle capacità missilistiche e della proiezione regionale; per Teheran il riconoscimento del diritto al nucleare civile, revoca delle sanzioni e salvaguardia della propria autonomia strategica.
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— Reuters (@Reuters) April 19, 2026
Ne deriva un dialogo diretto e bilaterale, nel quale Trump tende a marginalizzare gli altri protagonisti regionali, riportando il confronto entro un asse ristretto tra Washington e il decisore effettivo iraniano. In questo scenario, la postura dei Paesi del Golfo appare inattesa. Solo pochi anni fa Arabia Saudita, Emirati e Qatar erano protagonisti di una stagione di attivismo assertivo, fatta di interventi diretti e ambizioni di leadership politica. Oggi il loro profilo è più prudente e meno visibile, esito di una ridefinizione strategica.
Le monarchie arabe hanno interiorizzato il costo dell’escalation e considerano una guerra aperta con l’Iran uno scenario ad alto rischio sistemico. Sul dossier iraniano sostengono il contenimento di Teheran senza esporsi direttamente; sul Libano prevale un approccio condizionale, legato al rafforzamento delle istituzioni statali. In entrambi i casi l’obiettivo è contenere il rischio senza assumerne pienamente i costi. Il paradosso è evidente. I Paesi del Golfo non sono mai stati così ricchi, integrati nei mercati globali e ambiziosi nei loro progetti di trasformazione interna. Eppure, nelle crisi più acute, privilegiano la cautela, non per carenza di capacità, ma per eccesso di razionalità.
Ne risulta una regione in cui tutti intervengono, ma nessuno riesce a imporre un ordine complessivo. Washington negozia mentre esercita pressione; Israele contiene mentre prepara l’escalation; l’Iran resiste mentre tratta; il Golfo stabilizza senza esporsi. Il sistema nel suo insieme sfugge così a qualsiasi centro di gravità. Gertrude Bell aveva colto il problema nella sua forma nascente: costruire istituzioni non è sufficiente a generare ordine. Oggi, allo stesso modo, la proliferazione di interlocutori non produce di per sé una governance. Tra Levante e Golfo Persico, il Medio Oriente continua a vivere dentro quella frattura originaria, con una differenza decisiva: oltre a produrre instabilità, essa rende sempre più fragile la nostra capacità di comprenderla e quindi di prevederla.
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