La riforma convince solo il nord: il centrodestra si risveglia battibile

Iniziamo con il risultato che (almeno all’apparenza, per non soffocare il savoir-faire) dovrebbe soddisfare tutti, delusi ed euforici: che sia per dire veramente come la si pensa o che sia per «remare contro» a un proposito, la partecipazione è tornata signore e signori. Il ghosting dei seggi, stavolta, non c’è stato: a scegliere di starsene comodamente a casa è stata – per la prima volta dopo tempo – la minoranza degli elettori.
E ora arriviamo al dunque: il centrodestra ha perso questa partita e ha perso quell’appeal elettorale di cui l’esecutivo si è fregiato ed ha rivendicato finora: l’hype popolare si è crepato. C’è chi sdrammatizza a denti stretti e la butta sul ridere, dicendo che «toccare la Costituzione porta male a tutti». Iattura o no, arrivati a un terzo delle schede scrutinate l’antifona è stata cristallina: il de profundis del «sì» – vinto dal muro di «no» arrivato a scavalcare il 53,7% – si è rivelato impietosamente palese.
La crepa
Il risultato è netto abbastanza da togliere alibi: la riforma non passa, il governo non sfonda. E il «non succederà nulla» ripetuto da Giorgia Meloni nelle settimane precedenti suona, il giorno dello spoglio, per quello che forse era: una formula preventiva, un modo per sterilizzare la sconfitta prima che arrivasse. Sia chiaro, tecnicamente ha ragione: il governo non cade, non si dimette, non è il Giudizio universale in stile Renzi.
Politicamente, però, qualcosa si muove: è una crepa. Perché il «no», come spesso accade nei referendum, è una creatura composita. Dentro ci stanno motivazioni diverse, perfino opposte: chi difende l’equilibrio tra poteri, chi diffida del governo, chi blinda la Costituzione. Un «non così» più che un «così è meglio».
Ora lo si può esplicitare, la campagna ci ha messo del suo: a tratti è stata più processo che confronto con il racconto delle colpe delle toghe, da una parte e, dall’altra, l’allarme sulle tentazioni autoritarie. In mezzo, il merito: per certi versi evaporato. E quando accade, il risultato premia quasi sempre il freno. Per la premier è una battuta d’arresto che incrina il racconto dell’invincibilità: mostra che il consenso, sì, c’è, ma non è espandibile all’infinito. Che esiste una quota di elettorato pronta a dire «no, grazie» quando la posta si alza.
Lo scenario
Dall’altro lato della barricata, il centrosinistra trova una rivincita che non è una vittoria piena ma ci assomiglia, specie perché la trova senza uno spicchio di opposizione, quello di Azione e di Italia Viva. Più che un progetto comune è un punto di caduta condiviso: la destra risospinta a destra senza equivoci di centralità e la sinistra – a livello nazionale – riemersa dal sonno, perché c’era e c’è un popolo della sinistra.
I capoluoghi ne sono la dimostrazione: in questa consultazione, a livello nazionale, sono state le città a condizionare il sentiment (e soprattutto il risultato) politico delle province e non viceversa. Come sempre fa eccezione il nord, Lombardia in primis (53,60%), dove i «sì» hanno prevalso in tutte le province. A Brescia l’appoggio è arrivato al 59,45%, mentre il capoluogo conferma il suo viaggio in controtendenza: il lasciapassare alla riforma si è fermato al 47,45%, registrando però la maggiore performance tra le città della regione. Unica eccezione tra le province lombarde: Milano, dove il supporto al referendum (ormai naufragato) si è fermato al 46,27%. A viaggiare a braccetto con la Lombardia, uniche eccezioni, ci sono le storiche roccaforti: Veneto (58,36%) e Friuli-Venezia Giulia (54,47%).
Certo, questo epilogo non basta al centrosinistra per costruire un’alternativa, ma basta a dimostrare che un’alternativa è possibile: è un primo passo per l’opposizione. Il problema è cosa farne, di questo passo. Perché il rischio è scambiare un successo difensivo per una linea strategica. Il «no» unisce, ma non indica una direzione. Così come si può perdere senza crollare, si può vincere senza costruire.
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