«Il blitz è fallito», ma la contesa non è finita. Anzi, in Forza Italia la resa dei conti sembra soltanto rinviata. Il coordinatore provinciale Marco Ferretti rivendica di aver fermato l’offensiva dell’asse Paroli-Casasco, respinge l’accusa di aver evitato la votazione per paura di finire in minoranza e mette in chiaro un punto: «Non accetterò mai di essere un segretario imbrigliato e sotto tutela». Tradotto: disponibile a trattare sugli assetti purché inseriti in un percorso di condivisione, non certo a consegnare le chiavi del partito. Il giorno dopo il Direttivo di fuoco in casa azzurri, a prendere la parola (e la scena) è direttamente Ferretti.
Percorso
«Il tentativo di blitz c’è stato, ma non ha prodotto alcun risultato» attacca il coordinatore provinciale. È stato proprio Ferretti, dopo quattro ore di discussione, a decidere di non mettere ai voti la mozione. Una scelta che rivendica, precisando che il documento non è stato bocciato: «Non significa aver cassato qualcosa». Perché fermare la conta? «Non c’era l’unanimità, una larga parte del Direttivo non era d’accordo e andava completamente a stravolgere l’organizzazione esistente, con richieste potenzialmente in contrasto con lo Statuto». E soprattutto, sostiene, la mozione non era stata condivisa preventivamente. «La mia controproposta è stata quella di non votare il documento, prenderlo e portarlo a un tavolo di confronto per trovare una soluzione unitaria. Non sono un segretario di corrente, sono il segretario del partito».
Il prossimo passaggio sarà dunque ai vertici regionali e nazionali, da consultare «a strettissimo giro» per verificare quali modifiche siano praticabili. Poi un nuovo confronto interno: «Bisogna sedersi, discutere e trovare una quadra». E se la quadra non arrivasse? «Ci sono i congressi. Ognuno sarà libero di presentare la propria linea politica». Nessuna intenzione, dunque, di lasciare anticipatamente la guida del partito: «Mi presenterò a fine mandato con il bilancio del lavoro svolto».
Responsabilità
Ferretti rivendica i risultati della gestione condivisa con il vice Bruno Bettinsoli: 135 segretari territoriali, quasi 12mila iscritti e dodici dipartimenti tematici. Respinge anche l’accusa di non aver convocato il Direttivo per un lungo periodo: «Una castroneria. È sempre stato convocato regolarmente, generalmente ogni uno o due mesi».
Ma è sul terreno politico che affonda il colpo. «Mentre Tajani richiama all’unità, c’è chi persegue la direzione opposta». Il riferimento è ai parlamentari Adriano Paroli e Maurizio Casasco, accusati di «alimentare una frattura per posizioni o poltrone. Da chi riveste responsabilità istituzionali e politiche di tale rilievo ci si aspetterebbe un contributo all’unità, non l’organizzazione di presunte fronde». La linea del segretario, dunque, è concertare senza cedere il comando. E se gli avversari chiedono una nuova geografia del potere, Ferretti risponde con il calendario: se ne riparlerà al congresso. Sempre che il partito ci arrivi senza un commissario.




