L’asse Paroli-Casasco (numericamente in maggioranza rispetto a Tironi) voleva contarsi, il segretario voleva evitare la conta. Alla fine non si è contato nessuno, ma i cocci sono rimasti sul tavolo. E il giorno dopo lo scontro, in Forza Italia, il risveglio è amarissimo. Quattro ore di Direttivo, con toni talmente accesi che «si è quasi arrivati al contatto fisico, è mancato poco che volassero le sedie». Sedie salve, unità del partito meno.
Il documento con cui le componenti riconducibili ad Adriano Paroli e Maurizio Casasco chiedevano un riassetto degli organismi provinciali non è stato votato. Il segretario Marco Ferretti ha annunciato l’avvio di un percorso, poi ha tolto la seduta. Una soluzione che – secondo Luca Masneri – anziché ricucire, ha allargato lo strappo: «I favorevoli alla votazione erano 18 contro 14». Numeri non certificati da un voto, ma sufficienti a disegnare una geografia politica piuttosto scomoda.
La crisi
Del resto, la crisi non è scoppiata lunedì. Un precedente documento, corredato dalle firme e dai dati del tesseramento, era già stato recapitato ai vertici regionali e nazionali per chiedere un riequilibrio del partito bresciano, alla luce dei numeri: dei 12mila tesserati, 4.000 sono con Paroli, 3.650 con Casasco e 4.300 riconducibili a Tironi. Mentre dei 138 coordinatori eletti 62 fanno capo a Paroli, 39 a Casasco e 32 a Tironi. Il Direttivo doveva sciogliere il nodo. Lo ha invece stretto.
«Non potevamo uscire decidendo di non decidere», osserva Masneri, che attribuisce a Ferretti la responsabilità politica dell’impasse. «Prima della riunione davo il 50% di possibilità a un accordo. Questa mattina tolgo uno zero: siamo al 5%». Il restante 95%, insomma, conduce alla rottura. E alla prospettiva di un commissariamento. «Ora deve convocare tutti e trovare una sintesi nelle prossime ore, oppure trarne le conseguenze politiche» rimarca Masneri.
Ancora più severa Paola Vilardi: «Il dato sconcertante è la cattiveria e gli affondi personali, che difficilmente consentiranno di ricomporre una situazione ormai logora». E sulla mancata votazione affonda: «La paura del risultato avrebbe fatto emergere chiaramente una maggioranza e una minoranza. Credo sia per questo che il segretario non abbia voluto votare». Senza aperture sul riassetto, avverte, «non vedo altra possibilità che il commissariamento».
Il paradosso, per Masneri, è tutto qui: un partito forte di eletti e iscritti rischia di farsi commissariare non per una divergenza di linea politica, ma per una disputa sugli organigrammi. Un altro vicesegretario, per la precisione. Mica una questione di massimi sistemi. Eppure, a giudicare dall’epilogo, abbastanza per chiamare in causa i vertici.




