Politica

Moraschini: «Province lasciate nel guado, così è difficile programmare»

Il presidente della Provincia di Brescia interviene sul ritorno all'elezione diretta e sulla riforma degli enti intermedi: «Non basta restituire il voto ai cittadini, servono risorse e una vera giunta: la prima funzione che rivorrei è lo sviluppo economico»
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Emanuele Moraschini
Emanuele Moraschini

Il ritorno all'elezione diretta delle Province, la necessità di restituire competenze e risorse agli enti intermedi e le difficoltà di amministrare un territorio vasto e complesso come quello bresciano. Dopo l'assemblea nazionale delle Province a Imperia, il presidente della Provincia di Brescia, Emanuele Moraschini, interviene sul futuro di Palazzo Broletto, tra le prospettive di riforma e i problemi quotidiani di un'istituzione che, a oltre dieci anni dalla legge Delrio, continua a vivere in una condizione di incertezza.

Presidente, è necessario cambiare il sistema attuale delle Province?

Sì, perché un'istituzione che decide su scuole, strade e territorio deve rispondere direttamente ai cittadini che usufruiscono di questi servizi. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento a Imperia è stato molto chiaro: il tema non può più essere rimandato o accantonato. Credo che anche la presidente del Consiglio abbia indicato un metodo corretto, invitando a valutare senza pregiudizi di parte un modello di elezione che rafforzi l'efficienza e la rappresentatività degli organi elettivi. Condivido questa impostazione. Il voto diretto non deve essere un fine in sé, ma uno strumento per rendere più chiara la responsabilità delle scelte. Oggi non ha più senso continuare in questa situazione: non siamo né un ente liquidato né un'istituzione dotata di una struttura che ci consenta di lavorare pienamente sulle questioni importanti che dobbiamo affrontare.

È importante tornare ad avere gli assessori provinciali?

Oggi i consiglieri provinciali svolgono il loro incarico sottraendo tempo e risorse alla loro attività principale. Si impegnano, sono bravi e fanno tutto quello che possono, ma il tempo a disposizione è inevitabilmente limitato. Avere una giunta vera sarebbe una cosa diversa e permetterebbe di moltiplicare le possibilità di lavoro dell'ente. Oggi mi definisco spesso una sorta di commissario liquidatore. La legge avrebbe dovuto accompagnare le Province verso un nuovo assetto, invece siamo rimasti in una situazione intermedia che si trascina da anni».

Cambierebbe qualcosa se a sceglierla fossero direttamente i cittadini bresciani anziché i sindaci e gli amministratori comunali?

Nel lavoro quotidiano cambierebbe poco. Le strade devono essere messe in sicurezza e le scuole devono essere mantenute indipendentemente da chi elegge il presidente e i consiglieri. Cambierebbe però la legittimazione. Un presidente eletto direttamente dai cittadini avrebbe un mandato pieno per assumere decisioni di area vasta, anche quando queste non sono popolari in tutti i Comuni. E cambierebbe il rapporto con i bresciani, che saprebbero a chi chiedere conto delle scelte compiute. Ci sarebbe poi un altro aspetto importante: il ritorno di una vera giunta provinciale.

Palazzo Broletto - © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Broletto - © www.giornaledibrescia.it

I cittadini sanno davvero quali decisioni vengono prese a Palazzo Broletto?

Onestamente, non abbastanza. Ed è uno degli effetti dell'attuale sistema. Un ente che non si presenta mai direttamente agli elettori finisce per diventare meno visibile, anche quando gestisce servizi essenziali. Un sondaggio ha evidenziato che il 56% dei cittadini ritiene utile la Provincia: questo significa che esiste una consapevolezza del suo ruolo, ma probabilmente è meno chiaro quali siano le singole decisioni che vengono assunte. Il ritorno al voto diretto porterebbe sicuramente una maggiore visibilità dell'istituzione agli occhi dei cittadini, anche se non possiamo sapere se questo si tradurrebbe automaticamente in una maggiore partecipazione elettorale. Da parte nostra serve comunque uno sforzo maggiore nella comunicazione».

Qual è stato il danno maggiore provocato da questi anni di incertezza sul futuro delle Province?

Senza dubbio l'impossibilità di programmare. Per anni le Province hanno ridotto il personale e perso competenze tecniche senza sapere quale sarebbe stato il loro futuro. Mattarella ha utilizzato un'immagine molto efficace, dicendo che il legislatore ha lasciato le Province nel guado. È esattamente così. Quando si progetta una scuola o un ponte bisogna ragionare su un orizzonte di dieci o quindici anni. Noi, invece, ci siamo ritrovati a operare in un ente che, secondo l'impostazione originaria della legge Delrio, avrebbe dovuto essere transitorio. A complicare ulteriormente le cose c'è anche il sistema di governo: il presidente resta in carica quattro anni, mentre il Consiglio provinciale viene rinnovato ogni due. Questo comporta continui cambiamenti negli interlocutori e rende più complicato portare avanti una programmazione di lungo periodo.

Quali competenze vorrebbe fossero restituite o rafforzate nella Provincia di Brescia?

Prima di tutto quelle legate allo sviluppo economico. È una questione con cui mi confronto quotidianamente. La Provincia, attraverso le proprie attività, incide già oggi sullo sviluppo del territorio senza avere una competenza piena in questa materia. Pensiamo all'ambiente: gestiamo procedimenti che hanno conseguenze dirette sugli insediamenti produttivi, ma non possiamo inserirli in una strategia complessiva di sviluppo economico. Oppure pensiamo al turismo, fondamentale per una provincia come Brescia, con i suoi laghi, le valli e le montagne. Oggi le competenze sono frammentate tra diversi enti e manca una vera regia di area vasta. La prima funzione che chiederei di restituire è proprio la pianificazione dello sviluppo economico. A questa aggiungerei il rafforzamento del supporto tecnico ai piccoli Comuni e della pianificazione territoriale, con risorse stabili e competenze ben definite, evitando sovrapposizioni e vuoti di responsabilità. Bisogna anche ricordare che le Province lombarde, rispetto a quelle di altre regioni, gestiscono già ulteriori servizi attraverso le deleghe regionali.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nella gestione di scuole, strade e ponti?

Il problema principale è il personale, ancora prima delle risorse economiche. Dopo anni di blocco delle assunzioni, la Provincia si ritrova con un organico ridotto e un'età media elevata. Abbiamo dipendenti che si sono formati in un'amministrazione molto diversa da quella di oggi, mentre le competenze richieste stanno cambiando rapidamente. Pensiamo alla transizione digitale, alla progettazione in BIM, al monitoraggio dei ponti attraverso sensori e dati oppure alla gestione informatizzata degli appalti e dei procedimenti. Sono attività che richiedono professionalità specifiche, spesso difficili da reperire nell'organico attuale. Non è una responsabilità dei dipendenti, ma la conseguenza di tanti anni senza un adeguato ricambio generazionale e senza la formazione necessaria. Abbiamo bisogno di norme che ci consentano di assumere e formare nuove figure professionali. Le competenze che serviranno tra cinque anni saranno diverse da quelle attuali e dobbiamo cominciare a costruirle adesso.

Palazzo Broletto - © www.giornaledibrescia.it
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Con la fine del Pnrr teme che la Provincia non riesca a mantenere lo stesso livello di investimenti?

Qualche rischio esiste, soprattutto perché sarà inevitabilmente più difficile reperire risorse. Il Pnrr ha però dimostrato che le Province, quando hanno disponibilità economiche e scadenze chiare, sono in grado di realizzare investimenti importanti. Bisogna anche considerare che le risorse del Piano sono state destinate agli investimenti e non hanno inciso sulla spesa corrente dell'ente. Per questo non credo che la conclusione del Pnrr avrà necessariamente conseguenze troppo pesanti sul livello complessivo degli investimenti della Provincia. Certamente servirà continuità nella disponibilità di fondi, possibilmente attraverso strumenti pluriennali stabili, che consentano di programmare interventi sulle scuole, sulle strade e sui ponti senza dipendere esclusivamente da finanziamenti straordinari. Confido che già con la prossima manovra possano arrivare risposte concrete.

Si parla di rinviare la riforma delle Province alla prossima legislatura. Non le sembra che ci siano sempre altre priorità?

Credo che sia corretto non avere fretta, perché una riforma di questo tipo deve essere fatta bene e non semplicemente approvata alla fine di una legislatura. Lo dico anche da sindaco. Il punto fondamentale è che il ritorno all'elezione diretta, senza un chiarimento sulle funzioni e soprattutto sulle risorse, rischierebbe di cambiare soltanto l'etichetta senza dare sostanza alle Province. So che il governo ha avviato un lavoro di revisione del Testo unico degli enti locali e credo che quella possa essere la cornice giusta nella quale affrontare anche questa riforma. Nel frattempo, però, bisogna intervenire sulle questioni concrete, a partire dalle risorse e dalla possibilità di assumere personale.

La difficoltà di coinvolgere i sindaci nelle decisioni sovracomunali, come accaduto anche sulla questione delle tariffe dell'acqua, non è il segnale di un sistema che fatica a funzionare?

È certamente un segnale da non sottovalutare. I sindaci sono chiamati a moltissimi adempimenti e le sedi sovracomunali rischiano di diventare un passaggio formale. Anche per questo serve un ente intermedio con funzioni chiare e una legittimazione forte, che sappia costruire le decisioni insieme ai territori e poi assumersene la responsabilità. Bisogna però distinguere il tema della partecipazione degli amministratori da quello dei cittadini. Il voto diretto renderebbe sicuramente la Provincia più visibile, ma non possiamo dare per scontato che tutti tornerebbero a votare. Occorre far comprendere meglio che cosa fa questo ente e quanto le sue decisioni incidano sulla vita delle persone.

Chiudiamo così: oggi è più difficile fare il sindaco o il presidente della Provincia?

Sono due mestieri differenti, anche se entrambi hanno a che fare con l'amministrazione del territorio. Credo che abbiano difficoltà diverse. Il ruolo di sindaco lo conosco certamente meglio, perché l'ho vissuto più a lungo. La Provincia di Brescia, invece, è una realtà talmente vasta che è difficile conoscerla completamente, anche quando la si amministra. Questi quasi quattro anni mi sono serviti soprattutto per acquisire una conoscenza più approfondita dei nostri territori, delle loro caratteristiche e delle loro necessità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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