Una missione tra Israele e Palestina per ascoltare le comunità che vivono le conseguenze del conflitto e vedere, senza filtri, qual e la situazione attuale. L’europarlamentare bresciano di Fratelli d’Italia Paolo Inselvini è rientrato dalla Terra Santa dopo aver incontrato autorità religiose, diplomatici, organizzazioni umanitarie e cittadini. Tra gli incontri quello con il cardinale Pierbattista Pizzaballa. A colpirlo soprattutto Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania i cui abitanti denunciano violenze dei coloni israeliani.
Onorevole Inselvini, perché ha deciso di andare in Israele e Palestina?
Uno degli obiettivi principali della mia attività politica è preservare la nostra cultura, la nostra civiltà, la nostra identità e la fede cristiana. Credo però che sia altrettanto importante dare un contributo ai nostri fratelli cristiani nel mondo, soprattutto in Medio Oriente, dove la presenza cristiana precede addirittura quella europea. Non possiamo voltarci dall’altra parte se accade qualcosa in Libano, in Siria o in Terra Santa. Sono andato per testimoniare quello che sta succedendo, mostrare sostegno e capire concretamente che cosa possiamo fare. Volevo anche verificare con i miei occhi quanto accade, senza i filtri ideologici che spesso impongono di schierarsi a priori. Non voglio alimentare questo scontro: bisogna favorire il dialogo tra chi, nelle diverse comunità, è disposto al confronto.
Quali tappe ha fatto e chi ha incontrato?
Sono arrivato a Tel Aviv, dove ho incontrato l’ambasciatore italiano, poi sono stato a Gerusalemme, Betlemme, Taybeh e Beit Sahour. A Gerusalemme abbiamo avuto incontri con una parte importante delle comunità cristiane: il Patriarcato latino e il cardinale Pizzaballa, i francescani della Custodia di Terra Santa, la Chiesa melchita, quella ortodossa e altre realtà ecclesiali. Abbiamo incontrato anche il nunzio apostolico e il console generale italiano a Gerusalemme, Domenico Bellato, impegnato nei rapporti con l’Autorità palestinese. A Betlemme abbiamo conosciuto alcune organizzazioni non governative impegnate in progetti culturali e scolastici; a Beit Sahour abbiamo visitato una scuola che accoglie ragazzi cristiani e musulmani. Sono esperienze di convivenza importanti.

Fra tutti questi incontri, che cosa l’ha colpita di più?
Un messaggio ripetuto praticamente da tutti: «Non dimenticateci». Ce lo hanno detto le autorità religiose e i cittadini. Hanno la sensazione che l’Europa e l’Occidente si siano dimenticati dei cristiani che vivono in mezzo al conflitto, a Gaza, in Palestina e in altre parti del Medio Oriente. Sono una minoranza e, in genere, oppongono una resistenza pacifica, quindi fanno meno rumore di chi combatte con le armi. Ma subiscono comunque le conseguenze della guerra. Ho conosciuto persone cristiane che hanno perso molti familiari a Gaza. Resistono con grande dignità, ma chiedono attenzione e la possibilità di continuare a vivere nella loro terra.
Che situazione ha trovato a Taybeh?
Taybeh è l’ultimo villaggio della Palestina interamente abitato da cristiani. Secondo quanto ci hanno raccontato, una volta contava oltre 15mila abitanti, mentre oggi ne sono rimasti circa duemila. Molte famiglie sono partite per l’Europa o gli Stati Uniti, e le partenze sono aumentate dopo la pandemia e con l’inasprimento degli scontri. Lì ho incontrato le autorità delle tre comunità cristiane, quella latina, quella ortodossa e quella melchita, ma anche i cittadini e gli agricoltori. Il villaggio è sottoposto a una pressione fortissima da parte dei coloni israeliani che si sono insediati sulle colline circostanti. Eppure ho trovato una comunità molto unita. Penso a padre Bashar, simbolo di questa resistenza pacifica.
Che cosa le hanno raccontato a proposito dei coloni?
Provocazioni continue. Ci hanno parlato di incendi nei campi di ulivi, di tentativi di occupare le case, di intimidazioni agli agricoltori, ai quali viene impedito di raccogliere il frutto del proprio lavoro. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, gli abitanti possono controllare ormai soltanto circa il 20 per cento dei loro uliveti: il resto si trova in zone rese di fatto inaccessibili dalla presenza degli insediamenti. A volte, ci hanno detto, i coloni raccolgono loro stessi le olive, risorsa economica essenziale per il villaggio. Non solo: ci sono stati episodi di automobili incendiate, tentativi di occupazione delle abitazioni e incendi nei pressi di un sito archeologico con i resti di un’antica chiesa bizantina e crociata. Tutto questo mette a rischio la possibilità stessa di restare.
È una zona in cui è proprio difficile muoversi.
Certamente. La diminuzione dei pellegrini ha tolto al villaggio una fonte di lavoro e di reddito. Ci sono poi i checkpoint, che rendono molto difficile muoversi tra le città della Cisgiordania, andare a Ramallah o a Gerico, e raggiungere Israele. Molti palestinesi che lavoravano in territorio israeliano hanno perso il posto dopo la revoca dei permessi. Se sommiamo queste limitazioni alle intimidazioni dei coloni, comprendiamo perché gli abitanti descrivano la propria vita come quasi invivibile. Meno sicurezza e meno lavoro spingono altre famiglie a partire, nonostante la volontà di molti di resistere pacificamente.

Lei non ha mai risparmiato critiche a Netanyahu. Dopo questa visita le conferma?
Le confermo con ancora maggiore convinzione. Prima ho visto fotografie, e filmati e ascoltato testimonianze; ora ho parlato personalmente con chi vive queste cose ogni giorno. La situazione si mantiene con la complicità del governo israeliano, quantomeno di Netanyahu e della sua componente più estremista, quella che fa riferimento in particolare a Smotrich e Ben Gvir. Non nascondono di volere il controllo di quei territori: per loro quella è la terra promessa e chi vi abita deve andarsene oppure accettare di vivere sotto il loro controllo. Ma bisogna essere molto chiari su una distinzione: non tutti gli israeliani condividono questa posizione. Ne abbiamo parlato anche con Pizzaballa e con i diplomatici. Esiste una parte della società israeliana che vuole vivere in pace con i palestinesi, con i musulmani e con i cristiani. Negli ultimi anni, però, queste persone sono state progressivamente messe ai margini, mentre hanno acquistato più spazio posizioni estremiste.
Quando parla di complicità, a quali responsabilità si riferisce?
A una copertura, o comunque a una sostanziale tolleranza, nei confronti dei comportamenti dei coloni. Quando succede qualcosa di particolarmente grave, magari contro rappresentanti diplomatici stranieri, le forze di sicurezza intervengono. Ma quando le intimidazioni riguardano gli agricoltori di Taybeh o di altri villaggi, molto spesso chiudono gli occhi. Sono le testimonianze che ho raccolto sul posto. Dall’altra parte c’è un’Autorità palestinese che vive una profonda crisi politica e finanziaria e che non riesce a garantire la protezione di queste comunità. I cittadini si ritrovano in mezzo, sostanzialmente abbandonati. Senza la sicurezza di raggiungere i propri campi è difficile persino continuare a lavorare.
L’Italia e l’Unione europea stanno facendo abbastanza?
Bisogna essere corretti e riconoscere anche quello che funziona. Nelle scuole che abbiamo visitato, nelle organizzazioni e tra le persone incontrate ci hanno detto che l’Italia è tra i Paesi europei più impegnati negli aiuti, anche per Gaza. Abbiamo conosciuto realtà come Avsi e progetti di cooperazione che offrono un sostegno concreto. Anche l’Unione europea finanzia iniziative importanti, soprattutto nell’istruzione e nell’assistenza alle comunità palestinesi. Il problema è piuttosto politico: mi sembra che ci sia ancora troppo timore nel prendere posizione a difesa dei civili e, nello specifico, dei cristiani. Eppure queste comunità potrebbero avere un ruolo speciale. Le scuole cristiane accolgono studenti di fedi diverse, insegnano il rispetto della propria identità ma anche di quella degli altri, e cercano di andare d’accordo con tutti. Potrebbero diventare un punto d’incontro tra le componenti israeliane e palestinesi realmente disposte al dialogo. È una possibilità da tenere davvero in considerazione.
Cosa pensa delle elezioni in Israele?
Fra i palestinesi e in una parte della società israeliana c’è la speranza di poter escludere le componenti più estreme, quelle che difendono i coloni. Non dimentichiamo che in Israele vivono circa due milioni di cittadini arabi, musulmani e cristiani, con cittadinanza israeliana. Esistono persone e comunità che vogliono il confronto e la convivenza. Resta la preoccupazione che, senza un’inversione di rotta, la pressione sui villaggi palestinesi possa crescere nel tempo, anche per ragioni demografiche legate alla presenza dei coloni.
Che cosa vuole portare a Bruxelles dopo questa esperienza?
Anzitutto la necessità di parlare con le parti migliori di tutte le comunità coinvolte. È un messaggio che ho raccolto dalle autorità ecclesiastiche, dal cardinale Pizzaballa, dal nostro console e dall’ambasciatore. Esistono israeliani, palestinesi e cristiani che cercano una soluzione, anche se spesso si vedono meno di chi alimenta lo scontro. Bisogna aiutarli a incontrarsi e a costruire ponti. Poi c’è un obiettivo molto concreto: come ho provato a fare dopo la missione dello scorso anno in Libano, vorrei sostenere progetti capaci di creare lavoro e possibilità di sostentamento nei territori dove le comunità cristiane vivono strette tra tante difficoltà.
Dopo questo viaggio, che lezione politica le rimane?
Credo che l’estremizzazione delle posizioni, pro Israele o pro Palestina, non aiuti nessuna delle due parti. Serve soltanto ad alimentare l’odio, scavando in una ferita già gravissima. Se abbiamo davvero a cuore quelle popolazioni, dobbiamo provare a creare ponti, far conoscere ciò che accade e riconoscere la complessità della situazione. Non esistono soltanto il bianco e il nero. A destra c’è chi non è cieco rispetto alla sofferenza e a quello che è accaduto a Gaza e continua ad accadere ogni giorno in Palestina. Sono fatti inaccettabili. Non ho paura di testimoniarlo e di denunciarlo.




