Inselvini: «Difendere la famiglia è investire nel futuro dell’Europa»

Un anno a Bruxelles per tracciare un bilancio e guardare alle sfide che attendono l’Europa. Paolo Inselvini, eletto nel 2024 con Fratelli d’Italia e oggi nel gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, ripercorre le priorità di questi mesi: la lotta alla droga, la difesa delle imprese bresciane davanti al Green Deal e ai dazi e la necessità di restituire centralità all’agricoltura. Tra geopolitica, formazione e identità europea, il più giovane eurodeputato di centrodestra racconta il lavoro svolto e indica le direzioni future.
Onorevole Inselvini, è passato più di un anno dalla sua elezione al Parlamento europeo. Che bilancio fa di questa esperienza?
Il bilancio è positivo. Qui ci si trova spesso in un ambiente ostile, perché le politiche portate avanti dall’Unione europea negli ultimi anni non ci hanno soddisfatto. Tuttavia, chi vuole lavorare può trovare spazio per incidere. È una grande responsabilità: ogni volta che votiamo lo facciamo in nome di milioni di cittadini europei. Per me è un onore, oltre che una sfida, rappresentare Brescia, l’Italia e l’Europa.
Qual è il dossier che più l’ha caratterizzata in questo primo anno?
Mi sono concentrato sulla lotta alla droga, un tema che mi accompagna dai tempi del liceo. Per questo sono stato nominato referente del gruppo ECR con Europol. Ho presentato interrogazioni ed emendamenti, soprattutto contro le nuove droghe sintetiche come il fentanyl. Non vogliamo che in Europa arrivi la tragedia che ha devastato gli Stati Uniti. Ho visitato il porto di Anversa: i controlli sono insufficienti, bisogna fare di più. Questa è una battaglia di libertà per i giovani e per tutti.
Sul fronte internazionale, l’Europa è attraversata da crisi: Ucraina, Medio Oriente, tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la Cina. Qual è la vostra linea?
Noi lavoriamo in sintonia con Giorgia Meloni, che oggi ha un ruolo centrale sulla scena internazionale. L’obiettivo è mantenere equilibrio: niente posizioni ideologiche, ma mediazione e ricerca della pace. Sosteniamo i nostri partner storici, in particolare gli Stati Uniti, ma cerchiamo sempre soluzioni pragmatiche, evitando fughe in avanti come quelle spesso viste dai francesi.
Alcuni temono l’imprevedibilità di Donald Trump. Lei come la giudica?
Trump non è un pazzo: segue ciò che chiedono i suoi elettori. Usa metodi particolari, a volte spiazzanti, ma dietro c’è un disegno politico preciso. Molti tendono a giudicare le sue mosse come improvvisazioni, ma chi conosce bene gli Stati Uniti sa che esiste una struttura profonda, fatta di apparati e strategie, che indirizza le scelte americane al di là della personalità del presidente. Trump interpreta questa visione in modo diretto, con un linguaggio aggressivo, ma il suo obiettivo resta quello di difendere l’interesse nazionale americano. E spesso questo significa protezionismo e durezza nei confronti dei partner.
L’Europa rischia quando reagisce in maniera frammentata: se restiamo disuniti, subiamo passivamente gli effetti delle decisioni americane; se invece riusciamo a essere coesi, possiamo difenderci meglio e trasformare anche le mosse di Trump in un’occasione di rafforzamento della nostra autonomia strategica. Da osservatore esterno, credo che non vada sottovalutata la sua capacità di parlare al popolo e di imporre l’agenda internazionale: è un leader divisivo, ma capace di dettare i tempi del dibattito mondiale. Noi dobbiamo giudicare gli Stati Uniti non con pregiudizi ideologici, ma con lucidità su quali siano le reali scelte politiche che incidono sulle nostre imprese, sul commercio e sulla sicurezza.
Brescia è una capitale manifatturiera. Come conciliare Green Deal e dazi con la difesa delle imprese?
Il Green Deal è stato impostato in modo ideologico. Ha favorito la Cina e penalizzato la nostra industria. Noi chiediamo neutralità tecnologica e obiettivi realistici: nel 2035 non potremo avere solo auto elettriche. L’Europa deve difendere le sue imprese, non soffocarle con burocrazia e costi energetici spropositati. Anche sugli accordi commerciali, come il Mercosur, chiediamo reciprocità: non possiamo importare prodotti realizzati con sostanze vietate in Europa.
Si è molto impegnato anche sul fronte della demografia.
Sì, sono presidente dell’intergruppo Demografia con colleghi di diversi schieramenti, dai socialisti ai popolari. La crisi demografica è un’emergenza per l’Italia e per l’Europa: se continuiamo così, nel 2100 saremo solo il 4% della popolazione mondiale. Chiediamo che gli investimenti per natalità e famiglia siano esclusi dal Patto di stabilità: non sono costi, ma investimenti sul futuro.
Cosa risponde ai suoi detrattori che parlano di posizioni troppo tradizionaliste?
Io difendo la realtà e la legge naturale: un bambino nasce da un uomo e da una donna, non da due donne. Difendere la vita e la famiglia non è estremismo, è buon senso. Gli estremisti sono semmai coloro che stilano liste nere contro chi difende la vita, arrivando a equipararli a terroristi. Io credo che nessuno vada escluso dal dibattito pubblico.
Lei è creazionista o evoluzionista?
Io credo in Dio, credo che tutto abbia origine da Lui. Mi definisco creazionista. Non per questo escludo la ragione o la scienza: fede e ragione possono camminare insieme. Chi pensa che l’uomo sia frutto del caso sbaglia: è evidente che c’è qualcosa di più grande di noi. Qui al Parlamento difendo anche l’identità e la cultura cristiana, perché l’Europa nasce da questo e ha perso la bussola quando ha cercato di dimenticarlo.
Lei è il più giovane eurodeputato del centrodestra. Che messaggio vuole dare ai giovani?
Dico loro che non sbagliano a guardare la politica con disillusione: a volte hanno ragione. Ma la politica può cambiare, se si parte da sé stessi, con sacrificio e dedizione. Io sono stato eletto a 29 anni non perché sia un eroe, ma perché una comunità ha messo il «noi» prima dell’«io». Ai giovani dico: abbiate fede, amore per ciò che difendete e coraggio. Così si cambia davvero la realtà.
Torniamo a Brescia: quali priorità vede per il territorio?
Tre in particolare: investire sugli Its e, più in generale, sulla formazione dei giovani. Gli Istituti Tecnici Superiori sono uno strumento prezioso perché permettono di creare una formazione più flessibile e mirata, capace di consegnare alle imprese persone qualificate in tempi rapidi e con competenze pratiche. In provincia di Brescia abbiamo esempi virtuosi che dimostrano quanto gli Its siano già oggi fondamentali per la manifattura, la siderurgia, l’automotive e l’agroalimentare. Io credo che si debba rafforzare ulteriormente questo modello, integrandolo con università e centri di ricerca, così da costruire veri poli di innovazione.
Inoltre, serve un’alleanza forte tra imprese, associazioni di categoria e istituzioni per orientare la formazione verso le reali esigenze del mercato del lavoro. Non parliamo solo di tecnologia: c’è bisogno anche di una formazione culturale e valoriale che dia ai giovani strumenti critici, senso civico e capacità di affrontare le sfide globali. Investire nella formazione significa dare futuro al territorio, contrastare la fuga di cervelli e offrire ai ragazzi la possibilità di restare in Italia e in Europa da protagonisti. Poi, naturalmente, sostegno all’industria e all’agricoltura, oggi penalizzate da burocrazia e tagli alla Pac; e infine difendere la nostra sovranità alimentare, contrastando il cibo sintetico che rischia di sostituire i nostri allevamenti e il nostro rapporto con la natura.
Infine, uno sguardo alla politica europea. L’equilibrio a Bruxelles è cambiato: cosa succede?
Il centrodestra, se unito, ha la maggioranza naturale del Parlamento europeo. Il nostro gruppo Ecr lavora per fare da ponte tra sovranisti e popolari. Sempre più spesso votiamo insieme, anche se il Ppe a volte resta legato alla vecchia maggioranza. Ma i cittadini chiedono realismo, fine delle ideologie e ritorno alle radici cristiane dell’Europa. Io credo che nei prossimi anni sarà possibile costruire un governo di centrodestra anche a Bruxelles.
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