Il libero scambio alla prova del protezionismo di Trump

Negli Stati Uniti il sistema di check and balances non è ancora al museo. Ci ha pensato la Corte Federale col dichiarare illegali i dazi del Presidente, aspettiamo gli esiti del ricorso. Tuttavia, per il libero commercio, continuano i momenti tristi. Paradossalmente, in questa recrudescenza protezionistica, il libero scambio non ha mai avuto tanti sostenitori. Anche tra quelle parti mai troppo convinte dei suoi benefici.
Tanta improvvisa tifoseria fa nascere qualche sospetto. Se si tratti di una genuina convinzione, o semmai conversione, pro, o se non sia semmai un qualcosa di esclusivamente anti. Ovviamente di anti-Trump. Per l’Europa la cartina di tornasole potrebbe esser rappresentata dal destino dell’accordo con il Mercosur, ancora in via di ratifica. Guardiamoci allo specchio, in tema di protezionismo (agricolo) l’Ue non ha proprio lezioni da impartire. Una ondata di indignazione, è il caso di riferirvisi così, è seguita alla dichiarazione congiunta Ue-Usa, a seguito dell’accordo commerciale del 21 agosto.
Un’autorevole penna milanese vi ha visto una capitolazione commerciale, nonché un passo ulteriore verso il disgregarsi dell’idea di Europa. Ha stigmatizzato i toni dell’accordo, ritenendoli trionfalistici, quando i danni sono per l’Europa e i vantaggi, tutti i vantaggi, per gli Stati Uniti. Ora, l’Europa, di fronte all’imperversare di Trump, aveva due opzioni. Presentarsi al negoziato a muso duro, opponendo dazio a dazio. In alternativa, muoversi con cautela, riconoscendo qualche motivo di Trump, sotto sotto per blandirlo, per far leva sulle sue vanità. Con due precisi obiettivi. Primo, evitare una escalation commerciale, secondo minimizzare i danni. Ha scelto la seconda via.
A tanti non è piaciuto l’incontro della presidente Ursula von der Leyen con Trump in quel resort scozzese, vi hanno visto un atteggiamento arrendevole. Tuttavia, se guardiamo ai risultati, ben peggio è andata alla presidente svizzera Karin Sutter-Keller. Il suo duro confronto con Trump è sfociato in una rottura delle trattative e in dazi al 39 per cento. Ciò a fronte del 15 negoziato dall’Ue. In sostanza, il «blandis verbis» di Ursula ha fatto premio sul «duris verbis» di Karin. Di approccio nella gentilezza e nell’educazione ha parlato anche la commissaria Teresa Ribera. Questione di diplomazia, ma anche di saper utilizzare a proprio vantaggio la psicologia della controparte.
Good to be in Scotland to meet @POTUS for discussions on transatlantic trade today.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) July 27, 2025
The EU-US trade relationship is the world’s biggest.
I look forward to our talks ↓ https://t.co/pMWoCCwycn
Veniamo ai due principali contenuti dell’accordo. Innanzitutto, il non aver innalzato dazi da parte dell’Ue. Il libero scambio è fatto anche di unilateralismo, sostenuto da tanti dei suoi teorici. È stata la via scelta dall’Ue, conscia di come avrebbe solo fatto il danno dei suoi consumatori e delle sue imprese se avesse scelto un 15 a 15, o qualcosa di simile. L’accordo è ancora aperto, in quanto per alcune liste di prodotti (ad esempio l’agroalimentare, di tanta importanza per noi) non vengono escluse esenzioni o trattamenti più favorevoli in futuro. Sarà questione di saperli negoziare.
È, quindi, ancora presto per poter valutarne l’impatto economico. Le stime di alcuni centri di ricerca, pur riferendosi a condizioni meno favorevoli per l’Ue, non prefigurano l’insorgere di una grave crisi. Nell’arco di un quadriennio l’impatto negativo sul Pil varia tra lo 0,3 e lo 0,7 per cento, Irlanda e Germania sono i Paesi più esposti. Se la cava meglio l’Italia con un modesto meno 0,03.
Certo, quando un interscambio commerciale, da fattore di crescita si tramuta in un fattore di decrescita (e sia noi sia l’Ue, di crescita proprio non ne abbiamo da buttar via), non c’è da stare allegri. Si tratta, quindi, oltre a cercare di migliorare l’accordo, di puntare su nuovi trattati commerciali. Il mondo è grande. Per vendervi quanto già disponiamo, ma anche per collocarvi nuovi prodotti. In sostanza, il neo-protezionismo di Trump dovrebbe divenire l’opportunità per differenziare e rinnovare l’offerta esportabile dell’Ue, a partire dalla nostra.
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