L’Unione europea torna a fare i conti con il proprio futuro allargamento. Ma ora non c’è solo da capire quanto siano pronti i Paesi candidati. È importante comprendere anche quanto sia pronta la stessa Unione ad accoglierli. Martedì 6, durante la riunione del Collegio dei commissari a Strasburgo, la Commissione europea presenterà la revisione delle politiche in vista dell’allargamento. Il giorno successivo si aprirà poi il confronto con il Parlamento europeo: la commissaria all’Allargamento Marta Kos sarà infatti ascoltata dalla commissione Affari esteri dell’Eurocamera.
Il confronto
È il passaggio istituzionale che Ursula von der Leyen ha preparato politicamente nei giorni scorsi attraversando i Balcani occidentali, con tappe in Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord. La presidente della Commissione a Tirana ha spiegato proprio che l’allargamento funziona in due direzioni e che la revisione riguarderà istituzioni, politiche e bilancio europeo. Siamo dunque di fronte a un leggero cambio di prospettiva. L’allargamento non può più essere letto soltanto come una lunga lista di riforme imposte ai candidati. Bruxelles deve interrogarsi anche sulle conseguenze che l’ingresso di nuovi Stati avrebbe sul funzionamento dell’Unione, sui suoi programmi di spesa, sui processi decisionali e sulla capacità di difendere Stato di diritto e valori democratici.
La Commissione sta lavorando anche a strumenti per rendere più prevedibile il percorso dei candidati più avanzati. Come von der Leyen ha spiegato durante la visita in Albania, dovrebbero arrivare tabelle di marcia in grado di tradurre il cammino verso l’adesione in passaggi più concreti, indicando riforme, obiettivi e progressi attesi.
Allo stesso tempo, il progetto europeo guarda a nuove salvaguardie. Una bozza della revisione anticipata da Reuters prevede meccanismi destinati a proteggere l’Unione dal rischio che, dopo l’ingresso, un nuovo membro arretri sul terreno dello Stato di diritto o metta in discussione impegni assunti durante i negoziati. Tra le ipotesi figurano anche periodi transitori in alcuni settori e una maggiore integrazione graduale dei candidati nelle politiche europee prima dell’adesione formale. Si tratta ancora di proposte destinate al confronto politico tra istituzioni e Stati membri.
The work is now advancing to prepare your Accession Treaty.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) October 1, 2026
Next week, the @EU_Commission will present its pre-enlargement policy reviews.
To make sure the EU is ready to welcome new members.
You are getting ready.
So are we ↓https://t.co/pMog5fa8Fm
Gli incontri
Il viaggio di von der Leyen nei Balcani ha mostrato perché le due dimensioni – preparazione dei candidati e preparazione dell’Ue – procedano ormai insieme.
La prima tappa è stata Tirana. L’Albania è tra i candidati che hanno compiuto i maggiori progressi: ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e a luglio ha chiuso provvisoriamente i primi tre, dedicati a scienza e ricerca, istruzione e cultura e relazioni esterne. Con il primo ministro Edi Rama, von der Leyen ha sottolineato la forte convergenza in politica estera, «vediamo il mondo con gli stessi occhi», ha detto, ricordando però che il processo non è concluso. Servono ancora riforme, in particolare nella giustizia e nella protezione dell’ambiente. Da Tirana la presidente della Commissione si è spostata a Pristina, dove il quadro è molto diverso.
Il Kosovo ha presentato domanda di adesione nel dicembre 2022 ma non ha ancora ottenuto lo status di Paese candidato. Il primo ministro Albin Kurti ha rivendicato i progressi compiuti e ha chiesto apertamente a von der Leyen sostegno per compiere il passo successivo. «Il Kosovo ha fatto la sua parte», ha sostenuto Kurti, chiedendo che venga riconosciuto lo status di candidato.
Welcome back to Prishtina, @vonderleyen. Six visits in six years, and through every challenge you never missed one. Thank you!
— Albin Kurti (@albinkurti) October 1, 2026
Since we first met, Kosova has delivered steady progress. Independent evaluators confirm our gains in democracy, rule of law, security and the fight… pic.twitter.com/Y7ctMEBmv8
È però a Podgorica che il processo appare più vicino alla fase conclusiva. Il Montenegro ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e ne ha finora chiusi provvisoriamente 18, confermandosi il candidato più avanzato secondo lo stesso Consiglio dell’Ue. Von der Leyen ha parlato di «ultimo miglio». Il governo montenegrino punta infatti a completare i negoziati entro la fine dell’anno e indica il 2028 come obiettivo politico per l’ingresso nell’Unione. È proprio il Montenegro, quindi, a rendere concreta una delle domande che attraverseranno la revisione: come assicurarsi che le condizioni rispettate prima dell’adesione continuino a esserlo anche dopo l’ingresso nell’Ue.
L’ultima tappa del tour è stata Skopje. La Macedonia del Nord ha formalmente avviato i negoziati di adesione nel 2022, ma il processo resta frenato dalla disputa con la Bulgaria e, in particolare, dalla richiesta di modificare la Costituzione nord macedone per includere i bulgari tra le comunità riconosciute. Von der Leyen e il primo ministro Hristijan Mickoski hanno concordato un nuovo tentativo per superare lo stallo. L’occasione potrebbe arrivare già la prossima settimana con la visita a Sofia del ministro degli Esteri nord macedone, legata ai progetti per il Corridoio 8. Per von der Leyen, una volta sbloccata la situazione, Skopje potrebbe procedere rapidamente, anche se restano riforme da completare.

Fuori dal tour resta la Serbia, che pure fa parte del processo di allargamento nei Balcani occidentali. Belgrado arriva però a queste settimane europee nel pieno di una fase politica interna particolarmente delicata: il 25 ottobre si terranno elezioni parlamentari anticipate, dopo le dimissioni del presidente Aleksandar Vucic, che guiderà il campo di governo e potrebbe tornare alla carica di primo ministro se la futura maggioranza parlamentare lo consentirà.
A oriente
Ucraina e Moldavia aggiungono al dossier la dimensione orientale e la conseguenza più diretta della guerra russa contro Kiev. Nel materiale di fondo sull’allargamento, il ritorno della questione nell’agenda europea viene infatti legato proprio al nuovo contesto geopolitico e di sicurezza.
L’integrazione, intanto, avanza già prima dell’adesione formale. È la logica dell’«integrazione graduale»: permettere ai candidati di partecipare progressivamente a settori, programmi e infrastrutture dell’Unione mentre completano le riforme. Von der Leyen ha recentemente usato anche l’esempio delle connessioni fisiche. Parlando della Moldavia ai Connecting Europe Days, ha ricordato come strade e ferrovie che collegano il Paese alla Romania servano ad avvicinarlo materialmente all’Europa: ogni nuovo collegamento, ha spiegato, porta a definire la «nostra futura Unione».
La partita che si apre a Strasburgo è quindi più ampia di un semplice aggiornamento tecnico delle procedure di adesione. La Commissione dovrà spiegare come immagina un’Unione più grande, quali garanzie intende chiedere ai futuri membri e quali cambiamenti considera necessari al proprio interno.




