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Tre uomini in bici, in Giappone: dal viaggio libro e documentario

I bresciani Willy Mulonia e Paolo Penni Martelli e Frank Lotta di Radio Deejay nel «Paese dove nasce il sole». Il 24 marzo a Lumezzane un'anteprima fotografica
Al monte Fuji - Foto Paolo Penni Martelli
Al monte Fuji - Foto Paolo Penni Martelli
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Dalla Patagonia al Giappone. Un balzo di 17mila chilometri, quello compiuto idealmente da Willy Mulonia, Paolo Penni Martelli e Frank Lotta, «trio tenero e bizzarro» secondo la definizione che offrono di sé loro stessi (e parecchio bresciano, aggiungiamo noi) per il secondo capitolo di «Tratti», il viaggio per tappe in bicicletta restituito anche stavolta attraverso un documentario (a giorni la pubblicazione su YouTube) e un libro, uscito a distanza di un anno dal prequel sudamericano, per Terre di Mezzo Editore (160 pagine, 22 euro). Non una guida turistica, non un reportage, non un libro fotografico, ma tutte e tre le cose insieme, in un mix difficile da inquadrare nel panorama editoriale.

Con un altrettanto insolito mix di competenze scaricate a terra via copertoni: Willy Mulonia da Chiari, infatti, è ultracyclist di lungo corso (con il coast-to-coast in verticale del continente americano da 28mila km nei polpacci e una vittoria nell’Iditaroad in Alaska, per dire…) nonché guida turistica per biker; Paolo Penni Martelli dal Villaggio Prealpino è fotografo specializzato nel mondo delle due ruote a trazione umana (sua la firma di servizi su alcune delle più prestigiose riviste di settore, lui il fotografo ufficiale de «L’Eroica»); mentre Frank Lotta, che a forza di frequentare bresciani un po’ lo è diventato, è noto conduttore di Radio Deejay, su cui conduce «Deejay on the road», titolo più che esplicito circa il contenuto del format.

Da sinistra: Frank Lotta, Paolo Penni Martelli e Willy Mulonia in abiti tradizionali giapponesi - © Foto Paolo Penni Martelli
Da sinistra: Frank Lotta, Paolo Penni Martelli e Willy Mulonia in abiti tradizionali giapponesi - © Foto Paolo Penni Martelli

Nove tappe quelle attraverso il Giappone (ciascuna corredata oltre che da folgoranti immagini e un avvincente racconto anche da imprescindibili schede tecniche per chi volesse cimentarsi in un’analoga esperienza) compiute alla ricerca soprattutto di un panorama umano, fatto di incontri, attraverso i quali narrare il Paese «dove nasce il sole». Cosa li abbia spinti in questa nuova avventura e cosa abbiano trovato lungo i quasi 1.000 km pedalati fra Kyoto e Tokyo nel maggio 2025, lo abbiamo chiesto a loro. Che hanno risposto - asincroni - rispettivamente dall’Alaska (Willy in veste di travel master vi sta guidando il primo gruppo di turisti in bici della storia), da Barcellona (dove Penni vive ormai da decenni) e dal lago d’Iseo, dove Frank stava pedalando, a riconferma del tasso di brescianità acquisito.

Perché il Giappone?

«Abbiamo scelto il Giappone perché miravamo a qualcosa di diametralmente opposto alla vastità e la solitudine della Patagonia. - spiega Willy Mulonia -. Due luoghi agli antipodi, per giunta in due continenti diversi. Vero anche che ci sono zone del Giappone non molto abitate, ma ti trovi ad affrontare anche una megalopoli da oltre 30 milioni di abitanti come Tokyo: per andare dalla periferia al centro abbiamo impiegato 7 ore…». «Il nostro obiettivo - conferma Martelli - era passare dall’incontrare una persona ogni 100 km a incontrarne di continuo, fino al caso limite di Tokyo. Passare dal paesaggio protagonista all’essere umano protagonista. Anche se poi la guida di Willy ci ha consentito di immergerci anche nel Giappone che non viene mai raccontato: quello rurale, quello delle risaie, per le quali i giapponesi hanno un vero culto». Fa sintesi Frank, da una prospettiva diversa:  «In realtà, attraverso continuamente nella quotidianità i due estremi di questi viaggi. La mia Patagonia è quando sono in bici, in radio è come essere a Tokyo. Per cui, direi per me dimensioni meno distanti di quanto si possa immaginare. Complice il fatto che il Giappone è molto ordinato e preciso: non c’è delirio, né caos, nonostante l’affollamento».

Fotografare all’ombra del Fuji

La varietà dal racconto e dalle fotografie emerge assoluta. Si susseguono palazzi reali, foreste di bambù, laghi, treni fulmine e secolari castelli, ponti crollati, risaie, passi chiusi per la neve a maggio, antichi templi, il Fuji, agrumeti e l’oceano. Com’è stato fotografare quello che nel testo - di cui è estensore materiale Frank - è indicato come «luogo di epifanie da saper cogliere e di attese»?

«Il mio occhio - racconta Paolo - è molto minimal, le mie foto preferite sono quelle pulite, in cui riesco a mettere a posto il mondo, geometricamente. E il Giappone è esattamente così: neanche nei miei sogni speravo di trovare situazioni simili. Io non ho dovuto fare niente. Tutto è tenuto così bene che scattare era fin troppo facile» assicura con inatteso entusiasmo chi, nel libro è definito per l’apparente distacco un «entusiasta laconico» («l’essere umano per esprimersi dal punto di vista artistico un po’ deve soffrire, porsi dubbi e domande» chiosa il diretto interessato). E poi da inquadrare c’è stato il Fujiyama, il vulcano icona del Giappone: «Visibile da 120 km, simmetrico e magnetico, eppure spesso coperto, quasi timido. Tanto che in realtà abbiamo potuto fotografarlo un solo giorno».

Pedalando a Tokyo una sera © Foto Paolo Penni Martelli
Pedalando a Tokyo una sera © Foto Paolo Penni Martelli

Quanti incontri

Nel viaggio, come da filosofia del progetto, incontrate una moltitudine di persone differenti. Cito a caso: ex lottatori di Sumo, pescatori, geishe, gestori di ryokan (locande tradizionali), estrattrici di sale… Com’è stato interfacciarsi con un universo culturalmente tanto lontano?

«Non mi aspettavo apertura, dal punto di vista umano, davanti ad un fotografo - racconta la sua sorpresa Penni - ero titubante. Invece non c’è mai stato alcun problema. Davanti all’obiettivo è emersa la natura e l’indole dei giapponesi: aperti e disponibili». Per il resto, la società giapponese ha offerto la conferma al fatto che «se hai un esempio positivo attorno, tutto diventa positivo. Non abbiamo visto una sigaretta a terra. Nessuno ti ruba la bici, anzi, si offendono se la leghi. E tutto funziona bene. Semmai genera uno choc il rigore delle regole».

Sfidante l’approccio per chi come Frank ha curato tutte le interviste dietro la macchina da presa: «È una prospettiva di mondo diversa. Avevamo un bravissimo traduttore, Marco Favero, che traduceva le mie parole e le mie emozioni. Ma le prime volte quando chiedevo ad esempio cosa fosse Dio per loro?, lui mi guardava spiazzato: per loro non c’è un solo dio… Ma l’impatto culturale è stato smussato per fortuna anche dalla mia curiosità». All’inizio ero partito con un entusiasmo strabordante poi anche l’essere arrivati mentre era in corso la Golden Week, settimana in cui il Giappone si ferma quasi, una dimensione quasi alienante della cultura locale, mi ha fatto sentire non un viaggiatore ma un turista. Lungo un lago c’era una folla tale che mi sembrava di essere sul lago di Lecco. Quasi in assenza di contatto con l’altro. Poi grazie a Penni e Willy ho ritrovato una dimensione. E credo che anche questo fa parte del gioco: non rifuggo quei momenti, fanno parte del gioco».

Com’è il Giappone in bici?

Attraverso le risaie © Foto Paolo Penni Martelli
Attraverso le risaie © Foto Paolo Penni Martelli

«Ci sono stato dodici volte - spiega Willy, dei tre quello che conosce più a fondo il Paese -, con vari itinerari: uno da Hiroshima fino a Kyoto, uno da Kyoto fino a Tokyo e uno sull’isola di Hokkaido. La cosa sorprendente è che sono riuscito a entrare per la prima volta nell’ottobre 2022 quando il Giappone era ancora chiuso per via del Covid e la Jto (Japan Tourism Organisation) dichiarò che la PA Cycling (l’agenzia spagnola di cui Willy è fondatore e titolare, ndr) era il primo tour operator a rientrare in Giappone dall’inizio del lockdown. La fotografia del Giappone da vivere in bici si ha dalle schede tecniche: se in Patagonia serviva segnalare dove si trova un rubinetto di acqua potabile, perché ce n’è uno ogni 300 km, in Giappone serve offrire una serie di regole di rispetto: come comportarsi e come muoversi. Ho messo anche i chilometraggi e le percentuali di non asfaltato e non sterrato, quello che loro chiamano in gergo il «rindo» (foresta, ndr). Si tratta di strade secondarie, spesso dismesse perché intasate di fogliame e terriccio dopo i tifoni che di frequente si abbattono sul Giappone. Sotto quello strato c’è un vecchio asfalto rugoso. E poi lungo il cammino ci sono i konbini store: entri e sei in un’isola felice. Trovi di tutto: da mangiare, caffè e latte (la nostra colazione di rito con brioche dopo quella tradizionale a base di pesce crudo e alghe). Mini supermercati che per il ciclista diventano veri rifugi: offrono riparo dalla pioggia, riscaldamento o aria climatizzata a seconda delle stagioni, wc, macchinette del caffè, bancomat. E ci puoi rimediare dalla matita ai tramezzini panna e fragole», gli «ichigo sando», molto apprezzati dai tre cicloviaggiatori nostrani.

«Di sicuro - per Paolo Penni Martelli - la bicicletta si è confermata lo strumento ideale per attraversare il Paese, quello che ti garantisce la giusta velocità». «Fondamentale - ribadisce Frank Lotta -. In Patagonia era quasi scontato, ma qui abbiamo voluto attraversare territori distanti dal noto, risaie, centri rurali: scoprire la cultura di campagna del Giappone, incontrare la nonnina con i sacchetti di riso o la ragazza che sistema il suo bosco di bambù sarebbe stato impossibile con qualunque altro mezzo che non la bici. Che è silenziosa e simpatica. Grazie a lei ci siamo ritrovati a pranzo in una riunione di famiglia tra Kyoto e Tokyo e siamo stati guardati come presenze lunari da un padre e un figlio che coltivavano il loro campo: “Da dove venite?”. Questo anche perché di cicloturismo in Giappone non ce n’è: cicloviaggiatori non ne abbiamo praticamente mai incontrati».

A proposito di bici: c’è una chicca per cultori del genere. Le presenze bresciane in viaggio in realtà erano più del dichiarato. Già, perché la gravel in sella alla quale pedalava Paolo Penni Martelli era realizzata dal suo fraterno amico e telaista di chiara fama (con il marchio tutto nostrano «Legor cicli») Mattia Paganotti, bresciano di città come lui emigrato a Barcellona. Dove sta di casa anche il creatore delle ruote dello stesso mezzo, Davide Frassine, titolare del brand Frasen Works) e parimenti amico di fotografo e telaista. Un altro trio. Ma per l’appunto, questa è un’altra storia.

Prologo fotografico a Lumezzane

Quel che è certo, tornando a «Tratti», è che fatica e lentezza della bici si sono rivelate il miglior viatico per scoprire anche il Giappone. Che i tre cicloesploratori raccontano anche attraverso il documentario realizzato nel corso del viaggio. Il regista Frank Lotta assicura che «sarà disponibile al più tardi entro la prima settimana di aprile», tra le «Tratti docu-series» su YouTube, accessibili tramite un apposito qr presente sul volume, che al momento consente di vedere in anteprima un paio di succosi trailer (gli stessi che vi proponiamo in questo stesso articolo). E chi volesse averne un prologo, soprattutto attraverso le immagini di Paolo Penni Martelli e Frank Lotta - temporaneamente orfani di Willy Mulonia, ancora in Alaska -, ne avrà l’opportunità martedì 24 marzo alle 20.45 a Lumezzane (alla sede del Cai in via Cavour, 4) in occasione dell’incontro promosso dal locale Photo Club.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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