Outdoor

A un passo dalla cima sul K7 in Pakistan: l’impresa del camuno Ducoli

Il giovane bresciano di Breno ha preso parte alla cordata italiana: «Un’esperienza spettacolare e una fatica disumana causata dalla quota e dalle difficoltà della parete»
Ruggero Bontempi
Da sinistra Grasso, Mauri, Ducoli e Della Bordella
Da sinistra Grasso, Mauri, Ducoli e Della Bordella

Dalla Valle Camonica alle severe montagne del Pakistan per inseguire un sogno alpinistico che ha rivelato emozioni e pericoli, affrontati con spirito critico di gruppo. «Rollercoaster» (montagne russe) è il nome non casuale assegnato alla linea appena percorsa sul K7 (6.934 metri) dal giovane alpinista di Breno Luca Ducoli in compagnia del veneto Mirco Grasso e dei membri dei Ragni di Lecco Matteo Della Bordella e Giacomo Mauri.

L’esperienza

La cordata italiana è partita il 24 maggio scorso con una spedizione patrocinata dal Club Alpino Italiano che si è conclusa pochi giorni fa. Intercettiamo Luca Ducoli usufruendo di un collegamento wi-fi ballerino mentre si trova in attesa di volare dall’aeroporto di Skardu a quello di Islamabad.

La soddisfazione è grande e la sua voce parimenti stanca, per una salita che ha sta raccogliendo in questi giorni l’apprezzamento della comunità internazionale degli scalatori, e che si è svolta su una montagna emblematica per lo stile autenticamente esplorativo e moderno dell’alpinismo.

Ducoli in equilibrio tra le montagne in Pakistan
Ducoli in equilibrio tra le montagne in Pakistan

«La spedizione è andata bene», esordisce Luca. «Sto rientrando dopo avere vissuto un’esperienza spettacolare e una fatica disumana causata dalla quota e dalle difficoltà della parete».

Che condizioni avete trovato?

«Non siamo stati molto fortunati. Finestre di bel tempo ce ne sono state, tra le quali l’ultima durata circa dieci giorni nel corso della quale si è sviluppata la nostra salita, ma quest’anno la montagna si è caricata di molta neve e altra ne è caduta nei giorni di maltempo».

Che strategia avete adottato?

«Arrivati al campo base abbiamo fatto tre rotazioni, una su una cima vicina per agevolare l’acclimatamento all’alta quota, la seconda per portare materiale e cibo in parete, e poi la terza che è durata sei notti sfiancanti in parete per portare avanti il tentativo decisivo. La finestra di bel tempo è iniziata il 23 giugno e si è chiusa il 30 giugno».

Che impressione avete avuto all’inizio?

«Appena vista da vicino la montagna si è mostrata totalmente coperta di neve, in condizioni pessime per essere scalata. Abbiamo dovuto trascorrere un giorno intero alla sua base in attesa che i canali si liberassero, e la scelta è stata opportuna dato che abbiamo visto scendere molte valanghe. Tuttavia il pilastro est che intendevamo affrontare lungo una nuova via è rimasto coperto».

Traverso esposto nella parte alta della parete
Traverso esposto nella parte alta della parete

La situazione è poi migliorata?

«La parete è rimasta ancora parzialmente carica di neve che però aveva smesso di cadere con intensità. Abbiamo quindi deciso di attaccare percorrendo due tiri di corda esplorativi per guardare da vicino, e iniziare ad affrontare su roccia la linea di salita pianificata. Al termine della giornata, dopo tre ore di scavo, abbiamo liberato dalla neve lo spazio necessario per montare due piccole tende a 6.300 metri. Il giorno seguente, dopo avere affrontato alcune difficili lunghezze di corda su ghiaccio ci siamo portati a 6.550 metri sulla cresta percorsa dai giapponesi nel corso della prima salita nel 1984, e qui abbiamo bivaccato comodamente con l’intenzione di proseguire verso la cima nei due giorni successivi».

Un programma rispettato?

«Il giorno dopo abbiamo percorso un lungo traverso per dirigersi verso un grosso sperone roccioso che rappresenta la porzione sommitale della montagna. Sbucando di nuovo in cresta un cornicione nevoso instabile alto una quindicina di metri ha ceduto proprio davanti ai miei occhi ed è precipitato sul versante opposto della montagna. Abbiamo quindi deciso assieme di non proseguire per non esporci a rischi ulteriori, e dopo un altro bivacco abbiamo concluso il giorno dopo la lunga discesa che ci ha riportati al campo base avanzato e da qui al campo base».

Che emozioni

La montagna ha deciso che la sua vetta non doveva essere raggiunta, ma la cordata italiana ha comunque realizzato una nuova difficile salita di grande contenuto tecnico. Per la serie «cicli e ricicli della storia» è significativo ricordare che sul K7 è stato protagonista di una grande salita lo scalatore americano Steve House nel 2004, da lui raccontata davanti a un grande pubblico quattro anni dopo a Darfo nel corso di un incontro organizzato al cinema Garden.

Il bivacco sulla cresta
Il bivacco sulla cresta

Nel 2008 Luca Ducoli frequentava la scuola elementare. Non poteva immaginare che a pochi chilometri da casa stesse passando uno dei più grandi protagonisti della scena alpinistica internazionale contemporanea, dal quale oggi ha raccolto idealmente il testimone.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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