Il voto che manca: segnale di una democrazia in affanno

Se permaneva ancora qualche dubbio, le recenti consultazioni regionali hanno provveduto a dissiparlo: l’astensionismo, questa patologia della vita pubblica, è ormai un dato fisiologico che segnala tutta la distanza tra il Palazzo e l’opinione pubblica. Se non nutrissi antipatia nei confronti del termine «gente», proprio alla gente farei riferimento, a quella che recentemente ha riempito le piazze, riappropriandosi delle parole che appartengono all’agorà in cui si manifesta una volontà diretta, senza mediazioni. Insomma come si diceva una volta: «piazze piene, urne vuote».
Rispetto alle politiche, le Regionali rimandano ad un rapporto col territorio, consentono il ricorso alla preferenza, non vedono la presenza di candidati calati dall’alto come spesso accade per la scelta dei parlamentari. Eppure l’assenteismo è sempre più marcato e probabilmente troverà conferma in Veneto, in Campania e in Puglia. Dove sta allora il problema? L’interrogativo veicola una risposta che chiama in causa la crisi della democrazia nel suo complesso: istituzioni, partiti, la stessa società civile.
A cominciare dal Parlamento, laddove la classica separazione dei poteri da tempo ha ceduto il passo ad una prevaricante funzione del Governo. Esso, sorretto dalla «tirannide della maggioranza» si è scritto di «monarchia del numero» – di fatto esercita una sorta di espropriazione delle prerogative parlamentari.
Valga ad esempio il parossistico ricorso alla imposizione della fiducia e alla decretazione d’urgenza cui il Presidente della Repubblica può sì sollevare obiezioni, assumendo di fatto un ruolo di contrappeso ma affidato sostanzialmente solo alla sua moral suasion. Da tutto questo un sentimento di impotenza delle minoranze e di estraneità da parte dell’elettorato.
Né più confortante è il panorama a livello dell’istituto Regione. Qui l’attività legislativa è ridotta ormai a livelli minimi, soverchiata da quella amministrativa nelle mani di vertici politici che pilotano provvedimenti attraverso i quali controllano la spesa per lo più in termini di acquisizione del consenso.
Con un’aggravante: la progressiva spoliazione delle attribuzioni del Consiglio regionale in balìa di un presidente che, eletto direttamente, detiene un ruolo enorme: assurge appunto a «governatore» in grado di condizionare le scelte dei rappresentanti eletti. Essi peraltro decadono automaticamente se il presidente abdica al proprio «potere di durata».
Ebbene per quale ragione dovrei votare, se chi contribuisco ad eleggere subisce la mortificazione della propria irrilevanza? Per non dire della deriva dei partiti che pagano il potere acquisito con una progressiva perdita di legittimazione. Si sono da tempo incistati nello Stato, sfruttano le risorse che da esso possono attingere, concentrando su di sé tutte le funzioni pubbliche, controllando enti e società di gestione: partiti sempre meno voce della società nello Stato e sempre più agenzie dello Stato nella società per le quali svolgono funzioni di collocamento del proprio personale.
Insomma partiti ridotti a comitati di addetti alla politica più che associazioni di e per i cittadini. Tutto questo nel quadro di un processo di generale depoliticizzazione che vede l’allontanamento del corpo elettorale dalle tradizionali forme di coinvolgimento democratico. Dunque una democrazia «impolitica», per ricorrere ad un ossimoro, «impopolare», nella quale i partiti non elaborano cultura e si allineano ai social, al loro flusso di comunicazioni cacofoniche.
La società civile infine: vale a dire là dove oggi predomina la sfera dell’interesse su quella del servizio e della mediazione e dove sempre più asimmetrico è il rapporto tra diritti e doveri «inderogabili di solidarietà», come recita l’articolo 2 della Costituzione. La crisi dei corpi intermedi e delle formazioni sociali come contrappeso al potere governativo costituisce l’ultimo stadio in cui versa una democrazia sempre più debole, nella quale i cittadini elettori sono più sensibili ai rischi di vedere peggiorata la propria situazione che alla possibilità di vederla migliorare.
È dimostrato infatti che a disertare il voto sono in prevalenza quanti avrebbero bisogno di una politica del vissuto, in grado di porre rimedio a condizioni di indigenza e bisogno, mentre resta stabile il voto corporativo dei fidelizzati che fanno riferimento al mondo feudale dei partiti.
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