Opinioni

Volo FlyDubai, la sicurezza incrinata e le ripercussioni sul voto israeliano

Le autorità di Israele lo considerano un attentato, mentre l’inchiesta emiratina deve ancora chiarire movente e premeditazione. Ma il significato politico dell’episodio precede la sua qualificazione penale
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Passeggeri scendono dal volo FlyDubai - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Passeggeri scendono dal volo FlyDubai - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il 6 settembre 1970 l’aereo El Al 219, da Tel Aviv a New York via Amsterdam, subì un tentativo di dirottamento da parte di Leila Khaled e Patrick Argüello. Il comandante Uri Bar-Lev reagì imponendo al Boeing una brusca picchiata, che sbilanciò gli assalitori e permise ai passeggeri di intervenire. L’episodio rese visibile il principio della sicurezza aerea israeliana: la minaccia doveva essere intercettata prima dell’imbarco. Dopo il decollo, il comandante e la cabina di pilotaggio costituivano invece l’ultimo presidio. Accadeva due anni dopo il dirottamento del volo El Al da Roma ad Algeri, considerato uno snodo decisivo nella nascita del terrorismo aereo internazionale. Da allora il sistema di sicurezza si concentrò soprattutto a terra: individuare il potenziale attentatore prima dell’imbarco era più sicuro che affrontarlo dopo il decollo.

Cinquantasei anni dopo, l’incidente del volo Flydubai diretto a Tel Aviv sembra rovesciare quell’assioma. Le autorità israeliane lo considerano un attentato, mentre l’inchiesta emiratina deve ancora chiarire movente e premeditazione. Ma il significato politico dell’episodio precede la sua qualificazione penale.

La minaccia non sarebbe penetrata dall’esterno, come il 7 ottobre o attraverso i missili iraniani, ma sarebbe emersa dall’interno della macchina che garantisce il collegamento aereo: procedure di controllo, autorizzazioni e personale abilitato. Il bersaglio non è stato soltanto un velivolo, ma la fiducia su cui si reggono i rapporti operativi fra Israele, Emirati e Arabia Saudita. È questa la vulnerabilità che nessun sistema d’arma può neutralizzare. La sicurezza moderna, infatti, non elimina il rischio: lo distribuisce tra piloti, tecnici, vettori e autorità, cioè tra coloro cui affida il proprio funzionamento. Il caso investe dunque la cultura strategica israeliana. La deterrenza opera meglio quando l’avversario è identificabile e dispone di un territorio o di una struttura che possa essere colpita.

Un eventuale attore singolo sfugge a questa logica, lo si dissuade con difficoltà e non lo si può colpire senza costi politici. Il governo ha annunciato controlli più severi sugli equipaggi e sta verificando la clausola secondo cui i piloti diretti nel Paese dovrebbero provenire da Stati con relazioni diplomatiche con Gerusalemme. La sicurezza nazionale dipende così anche da procedure adottate fuori dai suoi confini e il paradosso è tutto arabo.

Il volo era emiratino; in Arabia Saudita sono avvenuti l’atterraggio e l’arresto. Un partner e uno Stato senza relazioni diplomatiche hanno agito nella stessa catena di sicurezza. Questa cooperazione mostra già le sue fragilità. Flydubai ha sospeso i collegamenti con Israele e Abu Dhabi ha aperto un’inchiesta, invitando a non anticiparne gli esiti. La normalizzazione viene così trasformata in una questione di sicurezza: ai governi arabi coinvolti si chiede di adeguare le procedure di controllo delle proprie compagnie e dei propri equipaggi alle esigenze israeliane. Emerge però anche la frattura fra governi e società.

Secondo l’Arab Opinion Index 2025, condotto in quindici Paesi arabi, l’87% degli intervistati è contrario al riconoscimento diplomatico dello Stato ebraico da parte del proprio Paese. Il dato non prova una motivazione terroristica, ma mostra quanto sia fragile la convergenza fra normalizzazione ufficiale e opinione pubblica.

Il voto del 27 ottobre leggerà l’episodio come un argomento. Itamar Ben Gvir lo ha interpretato come una ragione per intensificare le campagne militari regionali; gli alleati di governo lo presentano come conferma dell’allarme lanciato da Netanyahu su possibili attacchi prima del voto, mentre l’opposizione vi legge una nuova prova delle falle nella protezione dei cittadini. La ministra dei Trasporti Miri Regev ha chiesto di sospendere i voli Flydubai.

La questione diventa dunque accertare la responsabilità di chi abbia fallito nei controlli. Alla vigilia del terzo anniversario del 7 ottobre si riapre inoltre il problema della capacità dello Stato di trasformare in decisioni gli avvertimenti che il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan e l’intelligence egiziana avrebbero trasmesso a Netanyahu, che nega di averli ricevuti. Se confermate quelle ricostruzioni indebolirebbero la tesi del nemico indifferenziato. Un singolo episodio difficilmente sposterà un elettorato polarizzato.

Può però diventare il criterio con cui giudicare Netanyahu: leader vigile sulla minaccia, per i sostenitori; premier incapace di distinguere tra nemici, partner e falle istituzionali, per gli avversari. Nel 1970 la sicurezza di un aereo israeliano dipese dal comandante, dall’ufficiale di sicurezza e dai passeggeri. Nel 2026 è dipesa anche da una compagnia emiratina, da un aeroporto saudita e da cittadini comuni. Gerusalemme scopre così di dovere la propria sicurezza a una rete regionale che la sola forza non basta a sostenere e che, senza prospettiva politica, rischia di logorarsi.

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