Opinioni

Usa-Israele, alleati sempre più distanti

Pesano, nei rapporti tra i due, fattori interni e internazionali, legati ovviamente alla guerra con l’Iran e al ciclo elettorale statunitense
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Netanyahu alla Casa Bianca per l'incontro con Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Netanyahu alla Casa Bianca per l'incontro con Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

In poco più di un anno e mezzo di seconda presidenza Trump, Netanyahu si è recato in visita negli Usa sette volte. Definita «eccellente» dal premier israeliano, questa ultima visita si è svolta però fuori dai riflettori che Trump è solito accendere quando riceve capi di Stato alla Casa Bianca, a maggior ragione il leader di un alleato speciale se non unico quale è Israele.

Trump ha lasciato che fosse Netanyahu a descrivere il colloquio, quasi a segnalare una distanza tra i due governi. Distanza, questa, peraltro visibile e nelle ultime settimane apertamente esplicitata dal Presidente statunitense.

Pesano, nei rapporti tra i due, fattori interni e internazionali, legati ovviamente alla guerra con l’Iran e al ciclo elettorale statunitense. Da tutto quel che sappiamo, gli assunti ottimistici e in ultimo irrealistici con cui si è lanciata l’avventata operazione militare contro l’Iran debbono molte alle valutazioni dell’intelligence israeliana e all’incessante azione di convincimento degli Usa promossa da Netanyahu. L’andamento del conflitto ha smentito gli assunti che vi sottostavano e ha causato tensioni sempre più visibili, sublimate sia dall’indisponibilità israeliana a congelare il fronte di guerra libanese sia dall’irritazione sempre meno dissimulata di Trump. A cui ha contribuito, e continua a contribuire, la narrazione assai umiliante per il Presidente statunitense secondo la quale sarebbe stato abilmente trascinato in guerra da Israele, senza avere piena contezza delle conseguenze.

La guerra con l’Iran è oggi criticata da una maggioranza molto ampia degli americani, tra il 65% e il 70% secondo vari sondaggi. Perché non se ne comprende la necessità; perché le promesse di una operazione rapida e indolore sono state disattese; e perché, soprattutto, i costi sono giunti direttamente nelle tasche dei cittadini-consumatori-elettori statunitensi, riaccendendo spirali inflattive, erodendo potere d’acquisto e allontanando ancor più il taglio dei tassi da parte della FED (che sta ora invece addirittura discutendo se tornare ad aumentarli).

Gli indici di fiducia dei consumatori statunitensi - uno dei parametri politici più significativi - si sono lievemente risollevati nelle ultime settimane, dopo la fragile tregua con Teheran di giugno, ma rimangono ai minimi storici dell’ultimo secolo. E in parallelo un numero crescente e ampiamente maggioritario di americani è oggi critico nei confronti dell’alleato israeliano e chiede un ripensamento della relazione speciale. Alla Camera dei Rappresentanti un voto per bloccare gli aiuti militari a Israele ha ottenuto 104 voti (i contrari sono stati 314). Due anni fa, una misura analoga aveva raccolto 37 voti; solo dieci anni prima, quei voti li avremmo al meglio contati sulle dita di una mano.

In parallelo, alle primarie che scelgono i candidati democratici per il mid-term di novembre si sono presentate, e hanno talora prevalso, figure molto critiche nei confronti d’Israele e ricettive del cambiamento dell’opinione pubblica, al punto da forzare le più importanti lobby filoisraeliane, a partire da Aipac, a investire somme senza precedenti per un ciclo di primarie.

Trump e i repubblicani possono in teoria beneficiare di dinamiche che per il momento lacerano e dividono molto di più i democratici, come abbiamo visto anche nel voto del 2024. Non possono però permettersi di apparire troppo schiacciati su Israele o incapaci, a causa di questo legame, di mettere fine a una guerra impopolare, che erode ancor più il fragile consenso del Presidente e del suo partito.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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