Sono poche ma politicamente significative le prese di distanza di esponenti repubblicani da Trump. Alla Camera, dove viene approvata, con 4 voti repubblicani in aggiunta a 211 democratici, una risoluzione che prevede il ritiro dei soldati Usa dal fronte di guerra iraniano senza una autorizzazione congressuale.
Al Senato, dove si arena per il momento il controverso progetto d’istituzione di un fondo di quasi 2 miliardi di dollari con cui risarcire le vittime di un presunto uso politico della giustizia, inclusi molti partecipanti all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. E anche nelle primarie del partito, dove – in quella che ha scelto il candidato repubblicano a governatore dell’Iowa – Trump subisce la prima, significativa sconfitta di questo ciclo elettorale.
Il presidente continua a controllare il partito repubblicano, intendiamoci. Chi gli si è opposto, come il deputato del Kentucky Thomas Massie, o nonostante gli sforzi non è stato considerato sufficientemente allineato, come il senatore del Texas John Cornyn, ha finito per vedere Trump sostenere il candidato rivale alle primarie e subire una pesante sconfitta.
Sfidare il presidente è, per un repubblicano, quasi sempre il bacio della morte. Il problema è che tale può esserlo, alle elezioni di novembre, anche apparire eccessivamente schiacciati alla linea trumpiana. Se una lezione ci arriva da tutte le tornate elettorali di questo ultimo decennio, infatti, è che i candidati radicalmente trumpiani sottoperformano alle elezioni federali. Che il trumpismo senza Trump non funziona.
Panicans got real quiet. 👀 pic.twitter.com/y9xhjwDysQ
— The White House (@WhiteHouse) June 5, 2026
Il partito di un presidente neoeletto quasi sempre parte ad handicap nel primo mid-term successivo al voto per la presidenza, soprattutto alla Camera dei Rappresentanti. L’unica eccezione, dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, è stato George Bush nel 2002, ma si trattava di un’elezione sulla quale pesò in modo decisivo l’effetto degli attentati dell’11 settembre e la conseguente impennata nel sostegno Bush Jr. Sempre dal 1945 a oggi, nessun presidente a questo stadio del suo mandato è stato più impopolare di Trump. E in picchiata, anche tra molti elettori repubblicani, è il tasso di approvazione del suo operato su alcuni temi specifici, inflazione e guerra in Iran in particolare.
Molto può accadere, da qui a novembre. E in tanti Stati a maggioranza repubblicana si sta cercando con grande spregiudicatezza di alterare le regole del gioco, ridisegnando i collegi elettorali o rendendo più complesse le procedure di registrazione e accesso al voto. Secondo alcuni calcoli, alla Camera questa modifica dei collegi potrebbe garantire ai repubblicani tra i 7 e i 10 rappresentanti in più.
Abbastanza, in teoria, per contenere quantomeno la sconfitta. Sono però calcoli inevitabilmente aleatori, frutto di proiezioni basate sulla distribuzione del voto nei cicli più recenti. In caso di slavina elettorale a favore dei democratici, questo ridisegno dei collegi potrebbe addirittura diventare un boomerang.
E anche questo spiega le defezioni in corso. In molti casi si tratta di membri del Congresso che in novembre si troveranno a correre in collegi difficili e non blindati; dove l’impopolarità di Trump può costituire un dazio pesantissimo. Il tutto in un contesto nel quale un’eventuale sconfitta dei repubblicani potrebbe aprire scenari inimmaginabili fino a poche settimane fa.
Con un presidente ormai azzoppato, un incentivo ulteriore per molti esponenti del suo partito a prenderne le distanze, e una o due camere in mano agli avversari pronti a fare pieno uso del potere d’indagine di tante commissioni congressuali per avviare inchieste sugli affari opachi del presidente e della sua famiglia, e su tanti episodi tragici o controversi del suo primo biennio presidenziale.
Mario Del Pero – Docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi




