Opinioni

Trump e lo spettro dei dazi sull’economia Ue in affanno

Secondo una notizia diffusa dal Financial Times, il presidente statunitense sarebbe pronto a rilanciare una nuova offensiva sulle tariffe doganali, con circa 60 Paesi nel mirino
Enrico Marelli

Enrico Marelli

Editorialista

Il presidente Usa Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Usa Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il presidente Trump ci ha abituati a mosse imprevedibili: basti vedere le sue azioni nel caso dei conflitti bellici in corso. In campo economico sono ora tornati d’attualità i dazi commerciali, esattamente dodici mesi dopo il faticoso accordo raggiunto a Turnberry con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen; accordo entrato in vigore proprio all’inizio di luglio (dopo la ratifica finale da parte del Parlamento europeo).

Ebbene, ora Trump sarebbe pronto – secondo una notizia diffusa un paio di giorni fa dal Financial Times – a rilanciare una nuova offensiva sui dazi, con circa 60 Paesi nel mirino, inclusi il Canada (dazi già alzati fino al 50% su alcuni prodotti) e quelli dell’Ue. Ciò anche in vista della scadenza, alla fine di questa settimana, del dazio generalizzato del 10% bocciato dalla Corte Suprema Usa.

I nuovi dazi, da introdurre mediante un differente strumento legale, sarebbero come minimo del 10%, ma potrebbero essere anche superiori. L’insistenza sui dazi di Trump deriva anche dalla constatazione che quelli finora introdotti non hanno ridotto il disavanzo commerciale nella misura auspicata.

Il deficit si è ridotto nei confronti di alcuni Paesi ma non di altri. Peraltro, la maggior parte dei costi aggiuntivi causati dai dazi è stata sopportata da consumatori e imprese statunitensi, a causa dei prezzi più alti e della minore competitività, anche per la limitata capacità di sostituire in tempi brevi le importazioni con la produzione domestica. I maggiori prezzi per i consumatori, oltremodo evidenti nel caso del prezzo della benzina (a sua volta connesso con il perdurante conflitto con l’Iran), stanno inoltre facendo precipitare l’indice di gradimento di Trump, segnale preoccupante in vista delle elezioni di novembre.

Container al porto Westhafen di Berlino - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Container al porto Westhafen di Berlino - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Gli ostacoli al libero commercio, congiuntamente ai perduranti conflitti, stanno rallentando il commercio mondiale, con conseguenze per la crescita economica. Il Fondo Monetario Internazionale ha limato (nelle previsioni di luglio) il tasso di crescita dell’economia mondiale per il 2026 al 3% e addirittura poco sotto l’1% per l’Eurozona; ancora una volta l’Italia, con uno 0,5% di crescita prevista, figura agli ultimi posti.

Certamente i Paesi europei sono stati danneggiati dai dazi di Trump, con contrazioni dell’export in certi casi superiori al 20%. Export che in taluni comparti sta subendo anche la concorrenza cinese. Ne soffrono non solo i settori innovativi di punta ma anche comparti tradizionali, come l’automotive. Le difficoltà dell’industria automobilistica italiana sono – purtroppo – note da tempo.

Più allarmanti sono i problemi attuali dell’industria tedesca, che però ha forti interconnessioni con le produzioni industriali italiane ed in particolare bresciane. Notizia recente è il piano di ristrutturazione di Volkswagen, che prevede (al momento con una forte opposizione del sindacato) la chiusura di quattro impianti in Germania ed esuberi complessivi che possono arrivare fino a 100mila unità, un sesto dell’attuale forza lavoro.

È questa una fase veramente complicata soprattutto per l’Italia, già gravata da un debito pubblico tra i più elevati al mondo, dalle continue difficoltà a far quadrare i conti pubblici (incluse le evidenti complicazioni nel rispettare gli impegni presi sul fronte delle spese militari), da sperequazioni sociali persistenti come risulta anche dalla progressiva perdita di potere d’acquisto dei salari (oltre ai numerosi rapporti dell’Ocse in proposito, si rinvia al recentissimo Rapporto annuale dell’Inps), dall’insoddisfacente dinamica della produttività, a sua volta connessa a limitazioni di più lungo periodo (costo dell’energia, apparato burocratico, declino demografico e invecchiamento della popolazione).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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