Esplode a sorpresa questa crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti. Ed esplode a causa dell’ennesima, immotivata intemperanza di Donald Trump. Che riserva a Giorgia Meloni il trattamento – greve e violento – a cui tanti altri attori politici, statunitensi e non, sono già stati soggetti. Attivando un’escalation verbale sconcertante nei toni e imprevedibile negli esiti.
Proviamo allora a decifrare quanto accaduto; a darvi delle spiegazioni. Accettando l’indispensabile premessa che con Donald Trump non sempre tutto è comprensibile; che nelle sue sortite grossolane e politicamente scorrette spesso non è dato intravedere una motivazione intelleggibile o un calcolo pragmatico. Perché la prepotenza e la crudeltà sono cifre distintive e caratterizzanti della sua postura e del suo agire politico: strumenti atti a esprimere ed esibire un rapporto di forza invariabilmente sbilanciato a suo favore, per il ruolo politico che occupa e la incontestabile superiorità di cui beneficia il paese che guida.
Reduce da una guerra lanciata in modo avventato e conclusasi con quella che ai più appare come una capitolazione degli Stati Uniti, Trump ha chiaramente sentito il bisogno di riaffermare la gerarchia di potenza che esiste nel G7 e nell’Alleanza Atlantica. Lo ha fatto umiliando un soggetto debole e subalterno quali sono l’Italia, il suo governo e la sua premier. Facendoli pagare l’insufficiente allineamento alle politiche statunitensi e la posizione europeista assunta dall’Italia in tante tensioni recenti nelle relazioni euro-statunitensi dal commercio all’Ucraina, dalla Groenlandia al Medio Oriente.
Insultando Meloni ha esposto però anche il velleitarismo e l’ambiguità della premier. Irrealistica è stata la pretesa italiana di costruire una sorta di relazione speciale con l’amministrazione di Donald Trump poggiante su comune fondamenta ideologiche e su presunta affinità politiche.
Illusoria si è quasi subito rivelato il convincimento che l’Italia potesse operare come una sorta di ponte tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa, agendo o da alleato prediletto di Washington o da sorta di cavallo di Troia sovranista, capace di mettere in crisi l’Unione Europea su dossier nodali per le sue relazioni con gli Stati Uniti. Perché l’Italia non ha la strumentazione di potenza, le capacità o l’interesse per svolgere un simile ruolo. E perché, soprattutto, Trump all’Italia – o a qualsiasi altro attore europeo – questo ruolo non lo ha mai assegnato.
La politica estera trumpiana è ruvidamente nazionalista e finanche imperiale; agli alleati minori si attribuisce una posizione quasi coloniale, che di certo non prevede che questi si schierino contro Washington o si permettano di non acconsentire pienamente alle sue richieste, come è accaduto anche nella recente mini-crisi rispetto all’utilizzo della base di Sigonella. Ed è, questa politica estera, anche pienamente «transazionale»: funzionale a produrre uno scambio – e un vantaggio per gli Usa e per Trump – al quale si subordina qualsivoglia affinità, riconoscenza o presunta comunanza ideologica.
La risposta di Meloni non può che lasciare perplessi per i richiami occidentalisti che lamentano il presunto tradimento da parte di Trump delle fondamenta dell’alleanza euro-americana. È però corretta, e in una certa misura furba, nella sua durezza e nell’ostentato orgoglio patriottico. Perché piace a una larga parte dell’opinione pubblica italiana. E perché può trasformare quello che stava diventando a tutti gli effetti un fardello – la relazione con un Presidente statunitense immensamente impopolare in Italia e in Europa – in una importante risorsa politica ed elettorale.




