Opinioni

Trump, l’Iran e la strategia della forza senza la pace

Il piano d’azione del presidente Usa nasce dall’esigenza di impedire che la Repubblica islamica trasformi la sua capacità di interdizione in una sovranità di fatto
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Donald Trump alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Pace attraverso la forza»: questo lo striscione che accolse il presidente Trump durante la visita alla base statunitense di al-Udeid, in Qatar, nel maggio 2025. Allora la situazione nel Golfo era ancora sospesa tra deterrenza e diplomazia. Una sorta di «si vis pacem, para bellum» in versione contemporanea, che riassume l’approccio muscolare della Casa Bianca alla questione iraniana.

Oggi quella formula ha cambiato significato. Non descrive più soltanto una dottrina di prevenzione, ma appare come il manifesto di una strategia coercitiva entrata nella sua fase più acutaPer esercitarli non è necessario chiudere del tutto Hormuz, ma è sufficiente dimostrare di poter rendere il traffico intermittente, rischioso e costoso. Poche azioni mirate riescono a far aumentare i premi assicurativi, spingere verso l’alto il prezzo dell’energia e legittimare dinamiche speculative.

Il piano d’azione di Trump nasce dall’esigenza di impedire che l’Iran trasformi la sua capacità di interdizione in una sovranità di fatto. Gli attacchi contro le infrastrutture missilistiche, portuali e logistiche servono a riaffermare il principio secondo cui nessuna potenza regionale possa decidere chi possa attraversare lo Stretto, a quali condizioni e sotto quale minaccia. Gli Stati Uniti hanno così superato la logica della sola deterrenza e tentano di costringere Teheran a mutare postura. La loro netta superiorità aerea mira a degradare le capacità operative iraniane, proteggere le basi nella regione e garantire la libertà di navigazione, evitando un’occupazione terrestre strategicamente impensabile e tatticamente impossibile.

Una donna a Teheran passa davanti a un murale con il volto dell'ex Guida suprema Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una donna a Teheran passa davanti a un murale con il volto dell'ex Guida suprema Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il problema è che questo approccio, pur essendo chiaro sul piano militare, resta confuso su quello politico. Questo perché la casa Bianca persegue obiettivi non sempre riconducibili entro una strategia coerente e soprattutto privi di prospettive di successo rapide e concrete. Washington punta a proteggere il traffico commerciale, la proiezione regionale del regime e riportarne la leadership al tavolo negoziale, in un quadro segnato da una profonda e reciproca diffidenza.

Sullo sfondo resta anche la tentazione, sebbene non più citata, del cambio di regime. L’allargamento dei bersagli dalle installazioni militari alle reti che sostengono il funzionamento del Paese rivela proprio questa logica. L’intento non sarebbe soltanto ridurre la capacità di offesa iraniana, ma quella del regime di governare, trasferendo il costo della guerra sulla vita quotidiana, facendo aumentare la disoccupazione, peggiorare la crisi economica e idrica e quindi alimentare e di approvvigionamenti, sperando che la pressione renda inevitabile il compromesso tra élite e governati. È una scommessa rischiosa, perché la sofferenza della popolazione può indebolire il potere, ma può anche offrire ai Guardiani della Rivoluzione il nemico esterno necessario per giustificare una nuova ondata di repressione e una sempre più dura militarizzazione.

La Repubblica Islamica segue una logica opposta a quella di Trump. Consapevole di non poter vincere una guerra convenzionale, cerca di impedire che la superiorità militare americana si trasformi in un risultato politico stabile. Distribuisce quindi il conflitto nello spazio e nel tempo, impiegando missili, droni, mine, piccole imbarcazioni e attacchi contro il naviglio commerciale. Allo stesso tempo mantiene sotto pressione le basi USA nella regione, facendo ricadere parte del costo della guerra sui Paesi che le ospitano.

La scommessa dei Pasdaran è che gli Stati Uniti possano perdere la volontà di continuare prima che l’Iran perda la capacità di resistere. È qui che la formula della «pace attraverso la forza» mostra il proprio limite. La forza può degradare le capacità dell’avversario, proteggere temporaneamente le rotte e alzare il prezzo della resistenza, ma senza un obiettivo politico definito rischia di alimentare una spirale di attacchi e ritorsioni nella quale Washington colpisce per imporre stabilità e Teheran destabilizza per evitare la resa.

La vera prova non consiste nello stabilire chi riesca a imporre all’avversario il costo più alto, ma chi sappia convertire la pressione militare in un equilibrio politico sostenibile. Finché questo passaggio resterà irrisolto, lo slogan di al-Udeid rimane un pericoloso monito, quello di legare la forza alla pace; ma si tratta di una forza che non riesce a tradursi in pace.

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