I recenti avvenimenti e gli importanti problemi di ordine pubblico in varie città ci obbligano a una serie di riflessioni sulle cause dei motivi scatenanti. Allo stesso tempo va subito evidenziato che altre fasi della vita del Paese in situazioni molto più negative dell’attuale, non hanno portato a fenomeni simili. Vanno almeno citate tre premesse di natura psicologica e sociologica. La prima nasce dal fatto che non abbiamo ancora elementi oggettivi che possono identificare i soggetti che hanno devastato le nostre piazze avendo solo un riscontro sulla loro giovane, in alcuni casi giovanissima, età. Il secondo lo potremmo definire «effetto imitativo» che può avere influenzato i devastatori italiani. Come terzo punto va sottolineato come, dai primi riscontri, risulta essere «protagonista» di questi devastamenti un numero molto limitato di «distruttori» forse non adeguatamente contenuti dalle forze dell’ordine.

Detto questo è oggettivo come in vari altri momenti il Paese abbia affrontato temi molto impegnativi dal punto di vista economico senza che questo portasse a esplosioni distruttive di questa portata. Ad esempio, all’inizio di questo secolo il rallentamento dell’economia derivato dall’esplosione della bolla Internet aveva portato a un Paese in forte rallentamento industriale, con una crescita quasi nulla e una forte perdita competitiva. Allo stesso tempo, alla fine del primo decennio, la grande crisi finanziaria globale ha innestato la peggiore recessione registrata in Italia dal dopoguerra, con un forte calo sia della produzione industriale sia del Pil. Sempre all’inizio del decennio scorso, la crisi del debito sovrano europeo ha avuto effetti importanti su consumi e investimenti, oltre che una crisi politica evidente, conclusasi con l’ascesa di un tecnico come Mario Monti al Governo.
Altro momento, altrettanto rilevante in termini di crisi, è quello che ha visto il crollo del Pil e parametri inflattivi non visti da decenni in Italia a seguito della pandemia del Covid. Recentemente la crisi energetica ha iniziato a mordere la nostra economia e, malgrado ciò, in tutti questi periodi non abbiamo avuto crisi o situazioni così drammaticamente orientate a fenomeni di massa e di distruzione.
Provando a entrare un po’ con qualche confronto, rimanendo nell’ultimo secolo, nel 2008 il tasso di occupazione era del 58,7%, nel 2013 era del 55,5% e oggi siamo abbondantemente sopra il 60%. Se andiamo un po’ più a fondo con riferimento alla crisi del 2008-’09, dobbiamo ricordare che pur partendo da un dato comunque favorevole di occupazione con una disoccupazione ancora contenuta, la crisi degenerò in modo virulento e anche rapido, con una caduta della produzione industriale, una forte riduzione dell’export, il blocco degli investimenti e un forte e progressivo ricorso alla cassa integrazione, con un peggioramento progressivo dell’occupazione.
Nel 2012-’13 si è registrato il periodo più difficile degli ultimi 20 anni. L’occupazione era in diminuzione, la disoccupazione nel 2013 è arrivata intorno al 12%. Molta di questa disoccupazione era giovanile, i consumi e gli investimenti erano ridotti. Insomma, le prospettive personali e professionali erano molto critiche. Lo stesso si può dire per l’anno ‘20, dove alla forte caduta del Prodotto interno lordo e alla riduzione dell’occupazione si è aggiunta anche un’inflazione negativa (non buon segno per l’economia e i consumi), che in qualche modo ha portato a uno shock che allora fu chiaro, acuto e identificabile.
Oggi abbiamo dati diversi, si diceva. I dati recenti indicano in circa 24 milioni gli occupati, con un tasso di disoccupazione del 6,2%. Abbiamo, quindi, in generale più occupati, abbiamo una forte partecipazione femminile al lavoro, un sistema bancario finanziario che è comunque meno fragile rispetto agli anni della crisi e dello spread.
Però, e qui proviamo a riflettere sulle cause che possono in qualche modo essere identificate per evidenziare le motivazioni che spingono a queste violente manifestazioni, i salari reali, indipendentemente dal numero di occupati, hanno via via perso sempre più potere d’acquisto. L’inflazione colpisce soprattutto le fasce più deboli del Paese. Abbiamo aumentato in modo rilevante i contratti temporanei, i part-time, e questo sicuramente non dà certezze sul fronte del lavoro. Il tema della casa è quotidianamente sulle pagine dei giornali. Gli affitti o i prezzi che si devono pagare per acquistare una casa riducono fortemente l’aspettativa di un domicilio consolidato nel tempo dei giovani.
Questi temi riguardano in particolare le nuove generazioni e che, a prescindere da quelle che possono essere indicate come oggettive situazioni di difficoltà, convivono con aspettative per il futuro non positive. Innegabile anche il tema legato alle seconde generazioni di chi è immigrato in Italia. Da questo punto di vista, sebbene in regioni come la Lombardia, le seconde generazioni abbiano potuto trovare occupazione, nella fase di espansione della meccanica, dell’automazione, della logistica, del biomedicale, va anche sottolineato come questo riguardi soprattutto i giovani con qualche anno sulle spalle in più delle figure che abbiamo visto operare nelle nostre piazze in questi giorni. Fatte salve le considerazioni di natura sociologica e psicologica e lo scarso approfondimento su chi siano e come abbiano agito questi giovani, qualche riflessione sul rapporto tra dati economici e percepito in termini di aspettative va fatta avendo, nel contempo, la risolutezza necessaria per impedire che queste vicende vadano a ripetersi.




