Al vertice Nato di Ankara si presenta un’Italia che, a prescindere dalle critiche che Trump non ci risparmia, fatica sempre più a mantenere un ruolo credibile all’interno dell’Alleanza. Le premesse per una necessaria e urgente cura rinvigorente della nostra difesa, impoverita da decenni di sotto finanziamenti nel nome di illusori «dividendi di pace» seguiti alla caduta del Muro di Berlino, sembravano esserci: sia negli intendimenti governativi, sia nella pianificazione finalmente un po’ più intellegibile degli Stati maggiori (a cominciare dall’Esercito, la componente più deficitaria).
It is a great pleasure to be at the #NATOsummit Defence Industry Forum
To keep our 1bn people safe in a more dangerous world, we need a transatlantic defence industrial revolution
we need to turn our cash into capabilities
and we need it now pic.twitter.com/GPd0zsKqmc
Assieme a Parigi, Roma ha anche ottenuto che la possibilità di sforare il deficit sino all’1,5% del Pil per le spese in difesa divenisse una clausola del Patto di stabilità: un successo politico che, però, suscitando non poche perplessità tra gli alleati europei, l’Italia non ha sfruttato. Come non ha sfruttato l’accesso ai fondi Safe (Security action for Europe) che le avrebbero assegnato, entro giugno, sino a 14,9 miliardi (sui 150 disponibili per i 27) da restituire in 45 anni a un tasso favorevolissimo: potrà provarci ancora entro fine anno, ma accedendo solo alle quote non opzionate da altri Paesi. Probabilmente utilizzerà i fondi Safe solo in minima parte (5 miliardi) non per finanziare però nuovi contratti, ma a beneficio di quelli già formalizzati.
Non è difficile collegare l’improvvida frenata ai timori legati all’avvicinarsi della scadenza elettorale, accentuati dalla sconfitta referendaria: in Italia, qualunque sia la compagine governativa, le spese per la Difesa sono da sempre poco capite, peggio spiegate e molto impopolari e difenderle in clima già da campagna elettorale pare rischioso, specie in una fase di congiuntura economica con incerta prospettiva.
Resta il fatto che molte scelte sono state rimandate per l’ennesima volta, con notevole nocumento in primo luogo per la nostra industria che, contando sui piani annunciati (specie nel settore terrestre), ha predisposto impianti e assunto personale e in secondo luogo per la nostra credibilità internazionale.
L’italico vizio delle dichiarazioni quasi sempre di facciata è l’unico a restare saldo: a fronte della richiesta Nato di elevare le spese per la Difesa al 3,5% del Pil (più un altro 1,5% in strutture e programmi strategici non strettamente militari) lo scorso anno, infatti, siamo magicamente passati senza investire un solo euro dall’1,6% a oltre il 2% (quota anche da noi votata al vertice Nato in Galles nel 2014, ma mai neppure sfiorata) includendo voci come pensioni, Guardia Costiera e Guardia di Finanza, ecc. In realtà la spesa reale per la «funzione difesa» è rimasta a cavallo dell’1,5% e vale sempre la pena di ricordare che dei 34 miliardi che il nostro Paese investe nel settore circa 9 (al 90% in stipendi) sono per i Carabinieri.
I paragoni con gli altri grandi Paesi europei (Francia, Germania e Uk) restano impietosi ma, fatte le debite proporzioni, lo sono ancora di più a fronte di Paesi ben più piccoli (come Danimarca, Olanda, Belgio, Paesi Baltici, ecc.).
Il Ministro @GuidoCrosetto è giunto ad #Ankara (Turchia) per prendere parte al #NATOsummit e per effettuare una serie di incontri istituzionali. pic.twitter.com/VpsKJ45v5V
— Ministero Difesa (@MinisteroDifesa) July 7, 2026
Il ministro Crosetto ha annunciato una «revisione dei costi» del 18% sul programma per il nuovo carro armato per l’Esercito prodotto da Leonardo e Rheinmetall: costi sicuramente alti (anche perché produrre autarchicamente è sempre economicamente più oneroso), ma il timore è che «revisione» significhi riduzione di numeri o, quel che sarebbe forse ancora peggio, di sistemi di protezione dei mezzi.
Certo è che ancora per molto tempo non saranno colmate le gravi carenze di scorte, munizionamento, addestramento realistico e continuo delle forze. Basti vedere i recenti acquisti di missili antiaerei ed armamenti guidati di precisione, effettuati in numeri che definire risicati è eufemistico, inferiori a quelli dei citati Belgio o Danimarca.
L’Italia sparge fiumi di retorica sulla difesa europea, ma rischia di essere l’unico Paese Ue a ridurre di fatto gli investimenti per la difesa. Ci siamo cullati per decenni nelle «missioni di pace», quelle in cui almeno ufficialmente non si combatte, siamo già «pronti» a sminare lo stretto di Hormuz e qualcuno accarezza persino l’idea di proseguire nell’inefficace missione Unifil in Libano destinata a concludersi entro l’anno: ma il re è sempre più nudo.



