Chiamare gli elettori alle urne è l’espressione più alta delle democrazie a cui in Occidente ormai siamo abituati, anche se, con il tempo, abbiamo dimenticato di riconoscerne fino in fondo il valore. Una delle problematiche che si sono consolidate nel tempo, con l’avvicinarsi al periodo elettorale, è la tendenza dei governi e dei loro leader a indirizzare le proprie azioni al fine di ottenere risultati positivi alle urne, dimenticando spesso, e accantonando quasi sempre, visioni strategiche di medio-lungo periodo per uniformarsi ad azioni più o meno propagandistiche di breve.
Non succede soltanto in Italia e non succede da ora. La promessa dei 5.000 euro ad ogni cittadino americano, uscita recentemente dalle labbra del presidente Trump, legata a un successo del suo partito nelle elezioni di midterm, è un esempio di questa estremizzazione nei comportamenti di chi governa. La stessa amministrazione USA negli ultimi mesi ha modificato in vista delle elezioni, radicalmente, i propri comportamenti in politica estera.
If Republicans win the House of Representatives and the Senate in the 2026 Midterm Elections, I’m going to give all adult citizens in the United States of America, $5,000! Thank you for your attention to this matter, and I look forward to signing those checks! https://t.co/YOkESiUBrc
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) October 3, 2026
Come si diceva, non è un comportamento imputabile solo al governo italiano di questi tempi, ma che nel passato ha visto comportamenti analoghi anche di altre coalizioni. La questione, purtroppo, rischia di generare conseguenze pesanti, soprattutto sul fronte economico. Per quanto riguarda l’Italia, il richiamo ufficiale che abbiamo ricevuto sul deficit accumulato dal nostro Paese dovrebbe suggerire di ridurre, se non eliminare, qualsiasi azione i cui effetti, oggettivamente, non possono che andare in direzione opposta a quella indicata da Bruxelles.
Allo stesso tempo i dati nazionali rendono evidenti gli incombenti fabbisogni per finanziare l’impressionante (aumentato) debito pubblico, ma anche le esigenze di interventi strutturali in campo sociale, educativo e sanitario, tutti fronti che suggerirebbero all’attuale governo di rinunciare a scelte, certamente finalizzate a creare consenso di breve, ma i cui effetti appesantiranno la struttura deficitaria del nostro Paese.
La stessa operazione sui bolli che da sola genera effetti negativi per 2,36 miliardi di euro, è un ammontare in sé non determinante essendo una goccia che si va a aggiungere a un mare debitorio, ma decidere di ridurre l’impatto del costo degli oli combustibili attraverso la manovra sui bolli invece di attivare interventi strutturali, significa preferire una scorciatoia del breve periodo, utile dal punto di vista meramente elettorale, ma dirompente se letta attraverso il filtro gestionale e strategico.
Guardando l’immediato futuro, due sono gli aspetti sui quali dovremmo vigilare. Il primo è l’esplosione della deriva demagogica, che l’avvicinarsi delle date in cui saremo chiamati a votare rischia di generare. Mancano ancora molti mesi e la possibilità che vengano utilizzati per dare opportunità ulteriori alla politica di soddisfare la pancia degli elettori è piuttosto alta. In fondo, l’antipatia per tasse e la simpatia per detrazioni ha già dimostrato in passato di funzionare come leva elettorale.
Il secondo pericolo è quello legato alla necessità di bilanciare le minori entrate attraverso scelte che, invece di migliorare le strutture di offerta dei servizi pubblici o la stessa possibilità di erogarli, vadano a ridurre le risorse a disposizione in questi ambiti. A questo pericolo se ne associa un secondo, appartenente alla stessa famiglia, che è quello di rinviare interventi necessari o di approvare nuove modalità di raccolta di risorse (tasse o simili) attivabili a urne chiuse.
Il fatto che la contrapposizione tra forze di maggioranza e di minoranza non stia portando ad evidenziare progetti o iniziative diverse da quelle che caratterizzano l’approccio elettoralistico, non fa che peggiorare il quadro. Sottolineare l’esigenza di percorrere sentieri diversi sembra sempre più apparire come un approccio velleitario se non illuministico. Ciò avviene anche perché questo approccio, da sempre, è alimentato dalla volontà di ottenere vantaggi da parte di chi, istituzionalmente, dovrebbe dialogare con le istituzioni governative.
Ridurre il bollo dell’auto aiuta a vendere automobili (così si dice), uno sgravio sugli infissi aiuta il mondo delle costruzioni e delle manutenzioni immobiliari, qualche finanziamento più o meno a pioggia legato all’intelligenza artificiale diventa un moltiplicatore per molti settori. In fondo (si dice), anche le teorie economiche classiche sposano questa visione orientata al moltiplicatore. Il problema è che queste teorie valgono solo laddove le strutture dei Paesi in cui si attivano queste scelte, hanno una base consolidata in termini di efficienza e di produttività, cosa che purtroppo non possiamo rilevare nel nostro Paese.
Tutti conosciamo l’effetto che la mancata volontà di efficientare il sistema pubblico genera sul fronte dei costi, dei tempi morti e delle perdite di opportunità. Lo stesso potrebbe essere evidenziato sottolineando la mancanza di interventi in grado di razionalizzare le filiere settoriali per realizzare opportunità legate a efficienze verticali o orizzontali. Sono tutte situazioni chiare, evidenti, sebbene complesse, già affrontate positivamente in altri Paesi, che offrono la possibilità di aiutare la politica tutta a cambiare registro. Si tratta di un approccio che, prendendo atto della complessità e gravità della situazione, può stimolare un analogo processo di presa di responsabilità da parte dei cittadini e delle organizzazioni che a vario livello li rappresentano, riavviando il circolo virtuoso della partecipazione democratica.




