Opinioni

Belfast, il razzismo anti immigrati e la spinta demagogica dei tecnocrati

I disordini in Irlanda non sono nuovi Troubles, ma lo specchio di un Paese sferzato dalla propaganda delle formazioni di ultradestra
Lucio Valent

Lucio Valent

Editorialista

I danni lasciati dalle rivolte a Belfast, nell'Irlanda del Nord - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I danni lasciati dalle rivolte a Belfast, nell'Irlanda del Nord - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Scontri di piazza, con il corredo di macchine in fiamme e case distrutte, sono stati spettacolo comune in Belfast tra gli anni Settanta e gli anni Novanta: è stata la stagione dei cosiddetti Troubles, una vera e propria guerra civile tra la maggioranza protestante, unionista e pro-Londra, e la minoranza cattolica, sostenitrice della riunificazione dell’isola sotto il governo di Dublino. Se gli Accordi di Pasqua dell’aprile 1998 non hanno fatto superare del tutto le tensioni esistenti, nel complesso la pace nella regione è stata comunque difesa grazie all’impegno di tutte le forze politiche locali.

Tutto ciò fino a l’altro ieri, quando, seguito dell’accoltellamento e della tentata decapitazione di un abitante locale da parte di un richiedente asilo di origine sudanese, a Belfast i disordini nelle strade sono riapparsi, per poi diffondersi in tutta la regione, e, poi, passare a Glasgow ed Edimburgo in Scozia, e in Inghilterra, soprattutto a Southampton dove una settimana fa un cittadino è stato ucciso da un britannico di origine Sikh. Le ragioni degli scontri di piazza, però, non vanno questa volta cercate in antichi odii intersettari, ma in ben altre motivazioni.

Da un lato e in prima battuta, essi sono il prodotto del razzismo anti-immigrati sempre più diffuso nei segmenti dell’opinione pubblica britannica più sottoposti alle difficoltà economiche che hanno colpito il paese dopo la Brexit; e, d’altro lato e in secondo luogo, sono il frutto di un progetto più ampio che cerca di ricavare precisi vantaggi politici da tali pregiudizi.

Di fatto, il vero obiettivo immediato delle violenze e della propaganda razzista è, come sempre da quando è in carica, il governo laburista di Keir Starmer assieme a tutto l’establishment politico nazionale: è un fatto che dal luglio 2024 l’estrema destra britannica sfrutta ogni occasione per scatenare scontri nelle strade del paese contro il governo eletto. Per parare il colpo, Starmer si è subito affrettato a definire l’aggressione come un fatto «abominevole», elogiando i soccorritori e i cittadini intervenuti a bloccare l’assalitore. A loro volta, i leader dello Sinn Féin, dell’Unionist Democratic Party (UDP), dell’Ulster Unionist Party (UUP), dell’Alliance Party e del Social-Democratic and Labourist Party hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di condanna.

Una strada chiusa dopo i disordini a Belfast - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una strada chiusa dopo i disordini a Belfast - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ciò non ha però impedito a Tommy Robinson, attivista britannico di estrema destra, e ad altri estremisti di scatenare i propri sostenitori per le strade del paese, chiedendo leggi più restrittive di quelle vigenti contro gli immigrati e invocando progetti di matrice ultranazionalista necessari, a loro dire, per ristabilire nel paese antichi valori sui quali erano state erette le passate fortune del Regno Unito. Robinson, co-fondatore dell’English Defence League (EDL), è anche legato, assieme ai suoi colleghi estremisti, a Restore Britain, un partito politico di estrema destra del Regno Unito, guidato da Rupert Lowe, membro del Parlamento per Great Yarmouth, nato come gruppo di pressione nel giugno 2025 e trasformatosi in partito politico il 13 febbraio 2026, divenendo un’organizzazione ombrello per gruppi locali di base più a destra rispetto al Reform UK Party di Nigel Farage.

In verità, Restore Britain non è altro che l’ennesima formazione di destra o ultra-destra nata in questi anni per incanalare le posizioni più estreme a sostegno di programmi politici ben precisi. La differenza rispetto agli anni passati, però, è che questa volta l’esperimento pare aver trovato potenti sostenitori internazionali. Multimiliardari come Elon Musk, proprietario di X, e Peter Thiel, fondatore di PayPal e di un fondo di investimenti, si sono affrettati a sostenere le proteste anti-immigrazione, nella speranza che l’adozione di politiche restrittive contro gli immigrati sia il primo passo per il radicamento anche nel Regno Unito del «suprematismo tecnologico» forgiatosi nella Silicon Valley, che combina un libertarismo estremo, «l’accelerazionismo dell’intelligenza artificiale generale (AGI)» e la convinzione che le élite tecnologiche debbano aggirare i processi democratici per plasmare il futuro della società, attraverso un controllo politico che promuova filosofie di governo nazionaliste, antidemocratiche o fortemente deregolamentate.

È evidente come il Regno Unito e tutto il mondo occidentale debbano ripensare a fondo la gestione di problemi complessi quali immigrazione, l’uso delle risorse tecnologiche e i rapporti economici e internazionali, al fine di parare i colpi provenienti da questi gruppi di pressione e preservare, in tal modo, gli istituti democratici caratteristici delle nostre società.

Lucio Valent, docente di Storia Contemporanea, Università Statale di Milano

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