Me lo aveva confidato verso lo scorso Natale: il male che lo aggrediva non contemplava una discontinuità positiva, piuttosto una lotta per conquistare tempo prezioso da vivere. Ora che Giacomo Scanzi ha chiuso, nella discrezione che gli apparteneva, la sua giornata terrena si affollano le immagini che lo videro arrivare al giornale, nel 1990, come redattore, fino a diventarne, dal 2005 al 2015, direttore.
La sua morte suggella la conclusione di una esperienza e fa dire, a chi lo frequentò con assiduità quotidiana fin dal primo giorno, che nulla sarà come prima per il venir meno di un testimone protagonista. Pur ritiratosi dalla trincea avanzata dell’urgenza della notizia restava il suo sguardo sugli avvenimenti compiuti, narrazione con la quale confrontarsi in caso di necessità dell’oggi. La sua direzione affonda nel cammino compiuto negli anni che la precedettero e lo portarono a percepirsi, sempre più, come parte viva della sua storia bresciana.
Una vicenda che aveva avuto in Gian Battista Lanzani un saldo timoniere, che lasciava l’impronta forte di una lunga stagione di crescita. In quei venticinque anni ho condiviso, bontà sua e intenzione benevola ma esigente del notaio Giuseppe Camadini, l’impegno di interrogarci sul come dare seguito alla questione cattolica attraverso le pagine del maggior quotidiano bresciano. Non una intonazione clericale, piuttosto un camminare dentro le vicende come laicato cattolico responsabile. I punti fermi da applicare alle sfide avanzanti. Fedeli alla tradizione tanto da innovarla.
Non si comprende a pieno l’operato giornalistico di Giacomo Scanzi se non lo si legge impastato nel viaggio religioso e civico di Giuseppe Camadini, il protagonista della scena bresciana che riteneva il giornale uno strumento principe. Da apprezzare, coltivare, tutelare. Cresciuto alla scuola di Giorgio Rumi, studioso operativo della figura di Paolo VI, Scanzi trovava in Giuseppe Camadini la verifica pratica della rispondenza dei giorni avuti in sorte al magistero ecclesiale assunto come linea maestra.
Nella stagione dei cambiamenti, delle distanze crescenti lamentate tra fede e vita, l’attualità andava assunta come un abito da indossare avendo consapevolezza dei messaggi che proponeva. La linea editoriale non era un inciampo da baipassare, piuttosto un esigente metro di verifica per non arrendersi alle mode del momento. Scanzi si è confrontato, talvolta scontrato, sempre convintamente attestato sulla libera fedeltà all’impegno che la sua figura gli aveva fatto assumere, agli occhi dei più vicini e dei programmaticamente lontani.

Certamente nel ritiro eremitico di Scanzi degli ultimi anni, a Lozio, è contemplato un passare la mano a quanti sono venuti dopo di lui e si confrontano con le sfide incalzanti che continuano ad investire l’editoria. Una consapevolezza anche del lascito di quanto era avvenuto prima. La stagione di Scanzi si chiude definitivamente per quanti la hanno con lui condivisa, continua in chi è chiamato ad interpretarla nell’oggi.



