Il 30 marzo scorso, Giacomo Scanzi ha rilasciato un’intervista al Giornale di Brescia per ricordare la figura di Giorgio Rumi, a vent’anni dalla scomparsa. In essa ho subito ritrovato la memoria viva degli anni universitari passati insieme alla scuola di Rumi, alla luce di uno sguardo segnato da un «dolce disincanto» e da una «malinconica ironia», ma consapevole che la storia è chiamata a intrecciare memoria e responsabilità civile, ciò che fa «di uno storico, uno storico di razza» e «di un docente, un Maestro».
La storia non ci veniva presentata come disciplina erudita, basata su citazioni e note a piè di pagina, ma come capacità di fare domande che si riversavano inevitabilmente sul presente e che non a caso diventavano subito oggetto dei nostri discorsi, proseguendo vivacemente a tavola, almeno una volta alla settimana.
E proseguivano nei seminari di supporto alla sua materia d’insegnamento – Storia contemporanea, denominazione di cui era molto orgoglioso – che vedevano me e Giacomo, con altri più giovani amici, impegnati in un confronto serrato con gli studenti che coglievano (e sicuramente apprezzavano) questo lato meno accademicamente formale di vivere l’università.
In questo stava la consonanza profonda fra Giacomo e il nostro Maestro, sia nell’ironia e nel disincanto sia nella totale libertà di espressione del pensiero oltre ogni schema predefinito: Rumi non chiedeva a nessuno dichiarazioni di fedeltà o di appartenenza religiosa, ma sollecitava ciascuno alla ricerca di un significato, proprio perché la storia aveva «molto a che fare con il senso, a partire da quello così intimo e insieme concreto, di essere figli di Dio».

Non è allora difficile trovare le tracce di questo singolare magistero in quello che Giacomo Scanzi ha scritto di storia, dai primi lavori legati al percorso universitario agli studi che si sono susseguiti nel corso del tempo. Ci sarà sicuramente l’occasione per un approfondimento specifico, tanto più doveroso quanto maggiore è l’importanza di ricerche su temi decisivi di storia civile e religiosa.
In questa occasione, vale però la pena di sottolineare quello che è stato un fil rouge nell’attività del Maestro e che l’allievo ha puntualmente ripreso. Lo aveva definito in questo modo, in un seminario bresciano da lui fortemente voluto nel 2016 sempre in riferimento alla figura del Maestro: «Quel che interessava Rumi era insomma il risvolto civile dell’esperienza religiosa, il cammino di cittadinanza che il credente aveva messo in campo misurandosi con la storia».
Al di fuori di ogni visione confessionale, estranea a entrambi, si apriva qui lo spazio per le ricerche sul cattolicesimo postunitario e sulla sua rivendicazione – del tutto laica – di una piena cittadinanza, sul «movimento cattolico», su laici e sacerdoti impegnati nel confronto con le istanze sociali del tempo.
In questa prospettiva, l’approdo dall’intransigenza cattolica milanese alla realtà bresciana e ai suoi protagonisti, fra Giuseppe Tovini e Giorgio Montini, si era rivelato del tutto naturale, rafforzato dal legame personale con Giuseppe Camadini che di questa tradizione è stato lucido interprete.
Gli studi su Paolo VI – sviluppati a loro volta a partire dalle suggestioni di Rumi su Montini diplomatico della Santa Sede, arcivescovo di Milano e pontefice della Chiesa universale – hanno rappresentato il tentativo di rispondere in modo coerente alla domanda sul significato di essere credenti nell’oggi. Senza nostalgie per un passato che non può tornare, ma pure senza cedimenti e arrendevolezze alle suggestioni dell’ultima ora, Giacomo Scanzi ha offerto una risposta convincente all’interrogativo, di fronte alla sfida culturale della modernità.



