La fede è stata il cardine e il faro di tutto il suo agire. Giuseppe Camadini è stato un uomo, un cristiano, un professionista che ha percorso una larga parte del Novecento da protagonista. Leader silenzioso, in questo tipicamente figlio della nostra terra (orgogliosamente camuno per essere precisi), un uomo dotato indubbiamente di grandi capacità rafforzate da un impegno costante e da un’abnegazione che lo hanno portato a confrontarsi con papi e presidenti della Repubblica, Giuseppe Camadini è nato a Brescia il 10 giugno 1931 ed è morto il 25 luglio 2012.
Pubblichiamo il ricordo fatto da Michele Bonetti, presidente della Fondazione Giuseppe Tovini, all’evento in memoria del notaio Camadini.

Personalità speciale
Di Giuseppe Camadini si è detto parecchio, nel prisma di una personalità speciale, con una storia intrecciata a quella bresciana e italiana, collocata in un arco temporale che va dalla seconda metà del secolo scorso alla prima dozzina d’anni del presente.
Se di Camadini possono essere indagate diverse dimensioni – familiari, amicali, culturali, professionali, finanziarie, politiche, associative, istituzionali, ecclesiali –, vi è una chiave del suo profondo che può essere argomentata prendendo ispirazione da una fonte particolarmente eloquente. Senza tentazioni agiografiche che qui sono fuori luogo, possiamo rifarci alla Sacra Scrittura, richiamando la seconda lettera a Timoteo (4, 1-22) di Paolo di Tarso (o chi per lui), in cui si delineano i fondamentali di quella “buona battaglia” che percorre l’esistenza del credente. Ne emergono alcuni tasselli funzionali a comprendere il senso impresso da Camadini al tempo da lui trascorso. Sono ricavabili tre aspetti, che vengono utili per fare sintesi di molto del suo essere, valendoci di una matrice culturale, naturalmente e senza artificiosità, applicabile ad un uomo che non faticava a riconoscersi nella dimensione e alla luce di una precisa tradizione spirituale, riletta nella quotidianità dell’esistere.
L’impegno
Il primo dei tre aspetti esprime i caratteri della vita buona attiva.
L’autore della lettera a Timoteo invita il suo destinatario a comportamenti ben determinati: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina … vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero».
Parrebbe un richiamo prettamente ecclesiastico, per addetti ai lavori d’indole sacerdotale. Camadini lo ha interpretato o, meglio, lo ha incarnato, laicamente. Da uomo di mondo – e che mondo! – e al contempo di tempra monacale. Da uomo cosciente dei suoi limiti e dei suoi vincoli, personali e istituzionali, e, contemporaneamente, consapevole delle potenzialità cui non doveva venire meno.

Scrive l’autore della lettera a Timoteo: «Annunzia la parola». Nell’incontro personale con un giovane, un collega, un imprenditore, un’autorità pubblica, un conoscente o un estraneo, il riferimento di fede e di religiosità non poteva mancare, esplicito o implicito, solitario o accanto a colloqui, progetti, questioni tecnico-operative di valenza politica, civile, culturale, o di mera urbanità. Così come non mancava sovente il dono di un libro di vario genere, una pubblicazione, un estratto da un giornale o una rivista magari da lui stesso collazionato: per indurre un ragionamento, lasciare un segno o aprire una riflessione critica o un argomento problematico. Nei discorsi ufficiali, negli interventi pubblici o in assemblee, ma anche nei verbali dei consigli di amministrazione, nelle lettere o nei biglietti che inviava per le più svariate occasioni, la storia di fede si intersecava a vicende e tematiche prettamente umane, intellettuali, economiche, politiche.
«Guardiamo avanti e in alto»
Scrive ancora l’autore sacro: «Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna». Il profilo spirituale emergeva dalle conversazioni e dagli scritti nei momenti adatti, negli ambienti convenienti rispetto a ragionamenti di spessore, nei momenti giusti e nei luoghi giusti: parlando al circolo della Fuci o in un organismo pastorale diocesano, ad un’assemblea dell’Azione Cattolica o dell’Istituto Atesino di Sviluppo, ad un consiglio della Banca San Paolo o dell’Istituto Toniolo, ad un convegno della Cattolica Assicurazioni o ad un colloquio internazionale dell’Istituto Paolo VI. Ma anche nelle occasioni inadatte, fuori luogo, poco appropriate, quando la convenienza avrebbe indotto al silenzio o all’assenso: per non lasciare nulla di ambiguo o anodino, il suo convincimento morale non poteva sottacersi, anche se era scomodo. Intervenendo con garbo e pubblicamente, magari lasciando a verbale, ma mai omettendo.
Prosegue l’autore della lettera a Timoteo: «Ammonisci, rimprovera, esorta». Sia agendo istituzionalmente, sia nelle interlocuzioni più personali e riservate, si ritrovano i tre imperativi espressi dallo scrittore sacro. Ammonire per lui era richiamare con autorevolezza, per iniziative o atteggiamenti o scelte non in linea rispetto alla tradizione che condivideva: con funzione di avvertimento o suggestione per il futuro; ‘rimproverare’ era esprimere critica, civile ma sempre netta, rispetto a ciò che sentiva come deviazione dall’ortodossia; esortare era prassi quotidiana: quantomeno ad ogni commiato da un incontro, singolo o plurimo, la chiusa era l’invito: «Guardiamo avanti e in alto».
Lo scrittore sacro rimarca lo stile: «Con ogni magnanimità e dottrina». Magnanimità per lui era la grandezza del respiro, la nobiltà d’animo mai sprecata nelle cose minimali, la generosità disinteressata in piccole e grandi imprese. Dottrina per lui era la risorsa imprescindibile; costante era il desiderio di sapere, di non parlare a vanvera e senza basi adeguate, di essere aggiornato: sul diritto e l’economia come professionista, sulla cultura come uomo, sulla riflessione religiosa emergente come credente. Ciò, sempre da discente e non da docente, come amava schernirsi.
«Vigila attentamente»
Ammonisce la lettera a Timoteo: «Vigila attentamente». Svogliatezza e caoticità non erano certo propri di Camadini. Sapeva guardare nel cuore delle persone, sapeva discernere con attenzione modi e fini per compiere i suoi doveri, tempestivamente ed efficacemente. Così in economia riportò la Banca di Valle Camonica in ambito toviniano, così orientò quel fiore all’occhiello della chiesa universale che è l’Istituto Paolo VI sulla dimensione scientifica di lungo periodo, così accompagnò l’Istituto centrale di sostentamento del clero, fu costituente della Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, fu consulente dell’Apsa - Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica - e consigliò le Congregazioni delle Dorotee da Cemmo e delle Ancelle della Carità. Così incontrò, sollecitò, spinse, indirizzò, avviò, supportò e incentivò una marea di giovani sulle soglie del mondo del lavoro o comunque della vita adulta. Così si comportò come notaio, con meticolosa precisione professionale; così nel mondo bancario-finanziario-assicurativo in cui fu chiamato, operando con acribia consapevole dei risvolti multipli delle attività societarie; così anche nei ruoli istituzionali, sia civili sia ecclesiali, servendo le istituzioni e mai servendosi di esse, operandovi sempre con rigore e gratuità spassionata e mettendo a disposizione, senza secondi fini, le sue competenze e le sue capacità.
Sopportare le sofferenze
Raccomanda lo scrittore sacro: «Sappi sopportare le sofferenze». Qui non gli fu deficitaria una grande forza interiore. Le sofferenze furono parecchie, nell’ambito familiare ed amicale, per i casi della vita che incidevano sugli stretti e forti legami di sangue come di affetto e affinità con tanti; ma le sofferenze furono pure per mancanza di buon fine sperato per progetti, per esiti parziali di sforzi e fatiche, per dissintonie personali talvolta incomprensibili. Vivendoli non tanto, in sé, come accidenti fallimentari, quanto come segnali di inottemperanza ad un disegno che riteneva più grande e iscritto addirittura in una storia della salvezza che intuiva.

Incita la lettera a Timoteo: «Compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero». La messa quotidiana, il rosario sovente recitato, da solo o in compagnia, anche nelle quotidiane lunghe trasferte in auto, la tensione spirituale di molte sue parole e molti suoi ragionamenti civili ne sono testimoni. L’annuncio del Vangelo e l’adempimento del ministero, basato su battesimo e vocazione, sono applicabili a Camadini in duplice senso. Da una parte, in senso ecclesiale, come servizio per il bene della comunità in accezione religiosa, partecipando alla missione da semplice credente (era facile trovarlo in una processione nei tempi di rito, credente a fianco di altri, o in una occasione comune, fosse parrocchiale o diocesana) ovvero partecipandovi da responsabile di istituzioni della Chiesa. Dall’altra parte, in senso laico, come impegno nel mondo inteso quale chiamata: fosse un rogito notarile, un comitato societario, un team di progettazione finanziaria, un’impresa editoriale o pubblicistica – dal Giornale di Brescia ad Avvenire –, un’iniziativa di cultura camuna o un convegno di Studium a Roma, un gruppo di giovani con ideazioni da promuovere o assecondare o rivedere, oppure una persona che gli si rivolgeva per un parere o un conforto tecnico o un bisogno.
La prospettiva cui tendere
Il secondo aspetto, evincibile dalla lettera a Timoteo, fa emergere lo stile nelle avversità e al contempo la prospettiva cui tendere.
Lo scrittore sacro non ignora le sfide, gli affanni, gli attacchi esterni e il loro destino escatologico, così esemplificando: «Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; guàrdatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro». Pur essendo Camadini assurto ad alte responsabilità, nel pubblico come nel privato, nell’associazionismo e nell’istituzionale, nel sociale e nell’ecclesiale, nel politico e nel civile, non deve desumersene una immagine invulnerabile, vincente per definizione in situazioni di ogni sorta, inattaccabile. Ha sperimentato defezioni, rovesciamento di posizioni, scelte discordi politiche o economiche, talvolta imprevisti voltafaccia, infedeltà, ha visto amici o presunti tali che gli hanno voltato le spalle: invero, come è nell’ordinario delle cose umane, come capita un po’ a tutti. Ma mai ha reagito disperando, mai ha ribattuto con rabbia, sempre è stato pronto a dialogare anche con chi sapeva di minore fiducia, con chi lo criticava magari crudamente, talvolta sussurrando o intervenendo nella pubblicistica ne tracciava ritratti parziali e fuorvianti. Non per ingenua ostentazione di sentimenti benigni o di atteggiamenti tolleranti, ma per la chiara scelta della ricerca di un clima equilibrato, alieno dalla veemenza.

A proposito di solitaria «difesa in tribunale», cui richiama la lettera a Timoteo, voglio, sia pur per analogia di luoghi, rifarmi ad un episodio che ritengo significativo. Personalmente, ricordo Camadini in una intera giornata passata lungo un corridoio della Procura del Tribunale di Roma, lì convocato per dare conto del comportamento – invero legittimo – di una delle istituzioni in cui era impegnato; dopo parecchie ore in attesa del colloquio, con giornalisti che gli si affollavano intorno alla caccia di notizie da divulgare, ma nei cui confronti, con la riservatezza che lo distingueva, si guardava bene dall’esternare alcunché, una volta esaurita finalmente l’interlocuzione, rammento il saluto deferente e ossequioso del Pubblico Ministero e dei collaboratori dell’ufficio: a fronte di una personalità che senza difficoltà esprimeva la propria statura morale e lo specchiato modo di procedere degli enti che gli erano affidati.
Le avversità
La lettera a Timoteo assicura comunque: «Il Signore gli renderà secondo le sue opere»; poi l’autore sacro trasfigura la prospettiva di quanti sono stati portatori di ostilità: «Non se ne tenga conto contro di loro». Era in questo senso il suo spirito. Non può tacersi che provava patimento, è ovvio, a fronte di chi agiva da avversario, talvolta slealmente o magari proditoriamente, ma mai è capitato di trovarlo in stato di livore, mai con astio o rancore, mai con malanimo o risentimento: né pubblicamente, né privatamente. Poteva essere afflitto, sì, ma sempre con rispetto, con penosa considerazione o amaro distacco, e nulla più: perché capace di affidare al capitale di fede maturato le incomprensioni e le ingiustizie vissute, sublimandole e in qualche modo purificandole in un che di maggiore. Così esercitava la forza di un perdono non effimero o sfoggiato, ma vissuto in modo sobrio e intimo.
E, nel contempo, le avversioni e le avversità non lo fermavano: agiva, cercava, provava, coinvolgeva, costruiva: comunque e nonostante. Aveva un’espressione fulminante nella sua sintesi superba, quando, a fronte di muri, barriere od ostacoli, esortava ad andare avanti «come se…»; e non dimenticava di aggiungere, quale medicina semplice ma determinante, ripetuta e sollecitata al suo interlocutore, non per abitudine ma per vero affidamento: «una preghiera…», quale risposta a frangenti di valore contingente e quale domanda di grazia sulle lunghe distanze.
Il destino ultimo e vero
Il terzo aspetto che si può trarre dalla lettera a Timoteo si proietta sul destino ultimo e vero. L’autore riconduce l’attesa alla speranza: «Ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. …Il Signore … mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili… Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno».
Su questo non si possono esprimere molte parole. Siamo nella contemplazione del mistero. E vale per ciascuno e per tutti. Può solo tacersi: come tante volte si è visto Camadini inginocchiato, in devozione, meditazione, orante dopo aver ricevuto la comunione che lo alimentava costantemente. Con l’intensità di quando entrava nella chiesa bresciana di San Gaetano o si recava a trovare i suoi cari al cimitero di Sellero, o quando si fermava all’Eremo di Bienno o al Monastero di San Salvatore di Capo di Ponte - voluti da lui e dagli amici come dedicati alla accoglienza spirituale dei tanti in ricerca di una sosta -, ovvero quando partecipava compìto alle celebrazioni grandi della chiesa, da Brescia a Roma a un po’ tutto il mondo.
Maestri campioni della fede
L’autore della lettera a Timoteo attende la consegna della «Corona di giustizia … non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione».
E’ bello pensare Giuseppe Camadini oggi, nel tempo eterno, insieme ai suoi genitori, ai suoi fratelli e parenti – una famiglia di amabile solidità –, agli amici e collaboratori che con lui hanno condiviso momenti di impegno, di allegria, di convivialità, di ricerca, di preghiera, di successi e insuccessi. E pure insieme a quei campioni della fede che gli furono ispiratori e maestri: sono numerosi, sacerdoti e laici, ma primariamente San Paolo VI, il Beato Giuseppe Tovini e il Servo di Dio Vittorino Chizzolini. Papa Montini per il richiamo diretto e filiale e la frequentazione intensa della sua famiglia; l’avv. Tovini quale padre nobile del movimento cattolico bresciano, e non solo, col quale Camadini era e si sentiva in linea e nel quale era protagonista; il prof. Chizzolini come amico e compartecipe di sfide e imprese educative grandi: dall’editrice La Scuola alla Fondazione Tovini alla sede bresciana dell’Università Cattolica. Si tratta di tre personalità che Camadini ha curato ed accompagnato sulla via della pubblica attestazione di santità, con processi di riconoscimento canonico per cui, in compagnia di tanti altri, ha impegnato istituzioni, imprese, studiosi e ricercatori, energie proprie e degli enti interessati.
Il suo lascito
Infine, una domanda: cosa resta della «buona battaglia» di Giuseppe Camadini? La sua opera – con il suo grande e il suo ordinario, con i suoi pregi e con i suoi confini –, condotta mai da eroe solitario ma sempre in sinergia e corresponsabilità di amici e collaboratori, ha lasciato alcuni segni. Ha trasmesso alle generazioni successive il testimone di intuizioni che sono proprie di un’epoca d’oro per quegli enti (culturali, religiosi, economici, di promozione sociale) che la generazione di Camadini chiamava le «nostre istituzioni» – «nostre» non come possesso, ma come adesione legale e ideale –. Vale fare un cenno veloce delle più significative realtà, che non sono solo sue, ma in cui Camadini fu protagonista.

Due i lasciti rimasti, l’uno di matrice operativa, l’altro di carattere valoriale. Per quanto attiene alla matrice operativa, il panorama è agilmente compendiabile. Circa l’economia, se i mondi bancari e assicurativi sono evoluti in fusioni ulteriori, e quelli finanziari (ISA e Finanziaria di Valle Camonica) hanno maturato rilievo, rimane una coppia di esiti significativi. Dal punto di vista dello spirito di fondo, le imprese, nuove o in continuità, anche in forza di quella radice storica che potremmo definire – immediatamente o mediatamente – bresciana, hanno mantenuto spiccato interesse all’impatto sociale del loro agire, con riflessi sulla filantropia e sull’impegno civile; dal punto di vista dell’ambito istituzionale, il sostegno all’educazione e alla promozione umana delle banche toviniane ha trovato sostanza e prosecuzione nella attualità della Fondazione Banca San Paolo di Brescia.
Eredi della tradizione
Circa l’educazione, l’Opera per l’Educazione Cristiana e l’editrice La Scuola hanno avuto conferme ed evoluzioni: conferme nella bontà dell’approccio alla gioventù ed al suo coinvolgimento; evoluzioni nel terreno editoriale da conquistarsi giorno dopo giorno, con fatica e impegno, mai disperdendo l’identità propria. Circa la cultura, l’Istituto Paolo VI ha consolidato la promozione della memoria montiniana con voce autorevole nel panorama della chiesa mondiale; l’Associazione Arte e Spiritualità fa parlare a più livelli internazionali della collezione lasciata da Paolo VI alla sua chiesa natale; l’editrice Studium, fondata da Giovanni Battista Montini, si proietta in circuiti sempre più responsabilizzanti. Circa l’alta formazione e la cooperazione pedagogica, la Fondazione Tovini, la Famiglia Universitaria, la Tovini Ets mantengono e cercano di dare il proprio meglio per restare fedeli alla grandezza dei fondatori - Vittorino Chizzolini, mons. Angelo Zammarchi, Marco Agosti e Giuseppe Camadini -, con la fiera sobrietà e la determinazione che riconoscono nei propri padri nobili; l’eremo di Bienno procede con la dimensione diocesana; il monastero di San Salvatore vive nella creatività e nel coraggio della Fondazione Camunitas.
Per quanto attiene al carattere valoriale dell’uomo Camadini, ne resta indelebile la testimonianza singolare. La sua figura di laico non clericale, di devoto alla chiesa e cristiano cosciente, di componente di un contesto famigliare coeso, di professionista stimato e operatore pubblico irreprensibile, di servitore delle istituzioni senza altro fine che il loro bene, di animatore di plurime realtà radicate nel mondo e nella chiesa, ha generato un modus vivendi esemplare.
Con i limiti suoi propri, da lui sempre riconosciuti e rimarcati, anche con fare ironico, Camadini è stato capace di conciliare dimensioni all’apparenza lontane, che ci viene utile richiamare: servizio e potere, ruolo primario e quotidianità di tratto, condivisione ideale e responsabilità personale, generosità ardita e parsimonia zelante, fermezza di pensiero e disponibilità all’incontro, frequentazioni privilegiate e affabilità delle persone comuni, vita di fede colta e sensibilità religiosa da uomo qualunque del popolo di Dio.
Agli eredi di una tradizione di tal fatta spetta, oggi e domani, il compito di dare continuità e novità alla sfida di un passato che non è remoto e guarda, come ripeteva Camadini, «avanti e in alto».



