Con grande sorpresa dei putiniani d’Italia, Russia Unita, partito del presidente, ha vinto le elezioni. In effetti, Russia Unita trionfa da ormai più di venticinque anni – e da più di quindici anni solo grazie a sempre più conclamati ed evidenti brogli elettorali. Quindi le veline di Putin – supposti intellettuali di supposta sinistra compresi – che sono andate a fare da «osservatori elettorali» ora stanno studiando numeri che non hanno alcun valore.
I risultati elettorali sono predeterminati dal Cremlino e alle vere opposizioni – di sinistra, centro, destra – non viene permesso di partecipare alle elezioni. Lo specchietto per le allodole di quest’anno è: 58% a Russia Unita e 13% ai «comunisti», unico partito formalmente all’opposizione, ma che afferma apertamente di «star facendo tutto il possibile per sostenere Putin, la sua strategia e le sue politiche». In realtà «comunista», «nazionalista» etc. sono termini che in Russia hanno poco senso: tutti i partiti a cui è permesso sedere alla Duma hanno adottato il nazional-patriottismo putiniano come ideologia.

In realtà le analisi statistiche indipendenti stimano che Russia Unita abbia ottenuto solo il 35% dei voti. Nei seggi in cui un aumento dell’affluenza non coincide con un’impennata dei voti per Russia Unita, il partito si concentra attorno al 35%, mentre nei seggi con affluenza molto elevata cresce quasi solo il voto per Russia Unita. Fino a 18,4 milioni dei circa 30 milioni di voti cartacei attribuiti a Russia Unita sono stati quindi probabilmente aggiunti o alterati. Rispetto al voto all’estero poi, secondo i dati ufficiali Russia Unita avrebbe ottenuto oltre il 40% – mentre due exit poll indipendenti hanno rilevato appena il 5,5% e il 2,8%.
Ora bisogna vedere cosa vorrà farsene Putin di questa (finta) investitura popolare per Russia Unita, partito che presenta da mesi come principale sostenitore dello sforzo bellico in Ucraina. È probabile che dopo aver finto che quasi due terzi della popolazione supporti il suo partito, Putin la ricompensi con un’ulteriore chiamata alle armi, che strapperà nuovi figli, mariti, padri e fratelli alle loro case.
Si parla giustamente dei metodi brutali con i quali in Ucraina vengono arruolati i giovani e arrestati i renitenti alla leva. Ma non ci si dimentica che gli stessi metodi vengono utilizzati anche in Russia. Dall’invasione dell’Ucraina ad oggi dal paese sono scappati centinaia di migliaia di giovani, che non volevano finire al fronte. La maggior parte di quelli rimasti, che non ci pensano nemmeno a sottoscrivere un seppur molto lucrativo contratto di servizio nell’esercito, vivono nel terrore di cadere vittima dell’ennesima mobilitazione o di arruolamenti forzati per strada.
Come affermato da Aleksei, giovane violinista che si esibisce nelle stazioni della metropolitana Mosca, essi vivono «da anni nel "domani"» - un domani di pace e ritorno alla normalità che non arriva mai. La prospettiva del Cremlino è ben diversa. Una frase nata dal trauma della Prima guerra mondiale e dall’indifferenza degli alti comandi per la sorte dei soldati recita: «La morte di un uomo è una catastrofe; centomila morti è una statistica». Questa è ancora oggi la mentalità del Cremlino. Il sacrificio collettivo diventa così una necessità da registrare con aride statistiche – che intanto riempiono i cimiteri di centinaia di migliaia di giovani che non diventeranno mai adulti, non avranno figli e non contribuiranno alla crescita economica del paese: proprio quegli obiettivi che Putin indica come cruciali per la Russia.
«Le donne ne partoriranno altri», terribile formula che affonda le proprie radici nel passato zarista, sembra descrivere ancora oggi questa concezione della guerra. E quindi Putin, che ha profanato la memoria dei caduti sovietici della Seconda guerra mondiale, ponendola al servizio dell’imperialismo russo, probabilmente pensa: nel 1941-1945 i morti sovietici (inclusi ovviamente quelli ucraini) furono 27 milioni, ora non siamo nemmeno a 500.000.
Giovanni Cadioli, Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova




