Spese militari, il riarmo cancella i dividendi della pace

Il segretario Nato Rutte ha ottenuto la firma di un documento che mira entro il 2035 al 5% del Pil per la difesa, mentre l’Italia non ha ancora speso il 2%
Il primo ministro belga Bart De Wever - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro belga Bart De Wever - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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Riarmo? Si fa presto a discettarne a fini politici, continuando a sottolineare l’inutilità delle spese militari rispetto a quelle «sociali», come se nulla fosse cambiato dai vertici Nato di Bucarest 2008 (che ufficializzò l’intenzione di incorporare Ucraina e Georgia nell’Alleanza) e di Cardiff 2014 in cui si decise di portare al 2% il rapporto tra spese per la difesa e Pil. Invasione dell’Ucraina prima, crisi in Medio Oriente e guerra Indo-Pakistana poi, hanno seppellito i «dividendi di pace» che dopo la caduta del Muro di Berlino han spinto l’Europa a smantellare via via l’apparato di difesa, sia nei numeri, sia, soprattutto, nell’industria. Così ora la Ue non è neppure in grado di sostenere Kiev con efficacia.

Il Segretario Nato Rutte ha ottenuto la firma di un documento che mira entro il 2035 al 5% del Pil per la difesa (3,5 in spese militari e 1,5 in investimenti «dual use», come logistica, porti e aeroporti), spiazzando Paesi come l’Italia che dal 2014 non ha mai speso neppure il 2% (con 35,4 miliardi siamo a 1,57, compresi però 9 miliardi per l’Arma dei carabinieri) e la Spagna, ferma all’1,4%, che si è impegnata ad arrivare quest’anno al 2% (con 10 miliardi in più), ma che ha definito irrealistico l’obiettivo del 5: Trump non ha gradito, minacciando ritorsioni e dazi. Ma poiché i tempi sono lunghi è probabile che impereranno scelte dilatorie (nel 2029, anno della prima verifica, il Tycoon non dovrebbe più essere in sella).

Da noi, viste le finanze, Crosetto indicava da tempo l’«orizzonte 2035» (peraltro pure l’omologa Pinotti si era aggrappata nel 2014 all’orizzonte 2024 per il mai raggiunto 2%) e Meloni dice che non intende accedere ad ulteriore debito. Vedremo come sarà possibile centrare l’obiettivo, anche perché se ora dichiariamo che il 2% lo spendiamo già (conteggiando, estendendo il concetto di Difesa, anche pensioni, Guardia Costiera, Guardia di Finanza, ecc.), che significherebbe un budget di quasi 47 miliardi, il 3,5 assumerà dimensioni rilevanti.

Certo è che anche aggiungendo alcuni miliardi l’anno il potenziamento della nostra difesa non sarà esponenziale: dal 2021 il costo dei prodotti militari è schizzato alle stelle, complici le materie prime (+90% per gli esplosivi, che peraltro nella Ue non fabbrica quasi più nessuno, +60% per l’acciaio, 50 per l’alluminio, 65% i circuiti stampati). Senza contare l’energia, sino al 2022 prodotta a basso costo col metano russo. Insomma, spendendo molto di più faticheremo ad adeguare l’apparato militare (specie insistendo troppo in scelte nazionalistiche).

Puntare sulla superiorità tecnologica, poi, non porta sempre solo vantaggi: tank e semoventi tedeschi in Ucraina dimostrano infatti grande precisione ma eccessiva delicatezza, non gestibile lontano dai centri manutenzione, tanto che gli ucraini preferiscono i più rustici mezzi Anni ’90. E oggi un carro armato Leopard 2 A8 costa 29 milioni di euro, mentre un russo T90 sette volte meno. Il «pacchetto omnibus Ue» mira a razionalizzare certificazioni, autorizzazioni, appalti congiunti, per cercare di mettere il più possibile a fattor comune il sistema difesa dell’Unione.

Ma gli europei schierano 160 modelli diversi di armamenti principali, contro i 30 degli Usa, con quali economie di scala e logistica è immaginabile. Però i 27 continuano a muoversi in ordine sparso: il Belgio, ad esempio, stanzierà 20 miliardi in più entro il 2030, ma investirà ancora molto negli Usa per 21 caccia F35 aggiuntivi (per fortuna da assemblare in Italia). La premier danese Frederiksen ha detto addio ai Paesi frugali, investirà 5,43 miliardi in più in 5 anni e porterà la leva da 4 a 11 mesi, estendendola alle donne. La Finlandia spenderà il 3% entro il 2029 e, dopo Polonia e Baltici, esce dalla convenzione di Ottawa (mai firmata da Usa, Russia e Cina) che vieta le mine anti uomo: troppi da presidiare i 1.340 km di confine con Mosca.

Dal canto suo Londra fa proclami roboanti: raggiungerà il 2,3% entro l’anno, ma il British Army è numericamente al livello più basso dai tempi di Waterloo e dismette aerei, elicotteri, semoventi e navi ancora efficienti. Resta il nodo organici: scoppiate le varie guerre, le domande di arruolamento in Usa e Ue sono in drastico calo, mentre le truppe invecchiano (l’età media nel nostro Esercito è di circa 43 anni). Mosca ha incrementato arruolamenti professionali incurante dei bilanci offrendo retribuzioni molto superiori, ma ha incorporato anche detenuti e soldati nordcoreani (e Kiev, che sta pure peggio, con livelli di renitenza e diserzione elevati, ora arruola volontari over 60).

Oltre alla visione d’insieme servirà un impegno concreto, al di là di slogan e freni ideologici (in Italia assai radicati), cercando magari anche di limare i grandi utili delle industrie. Ma la strada, al di là delle dichiarazioni di intenti, è molto in salita.

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