Opinioni

Senza coesione politica gli Stati non hanno un ruolo internazionale

Meloni ha ribadito che l’Italia lavora per riaprire la via negoziale sul nucleare iraniano, la sinistra invita la premier a «non trascinare il Paese nella guerra»
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Il Senato della Repubblica - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il Senato della Repubblica - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La precondizione perché un Paese riesca a contare sui tavoli della scena internazionale è che si possa presentare avendo alle spalle un’opinione politica sostanzialmente coesa. Nell’epoca della Guerra Fredda questo contava di meno nell’Europa libera, l’importante era che i governi fossero coerenti con le alleanze atlantiche e che le sinistre rimanessero minoranza. Oggi che tutto è fluido, incerto e dunque massimamente pericoloso, una sorta di «unità nazionale» nella politica estera sarebbe essenziale. E non è un caso che Giorgia Meloni ricordi alla sinistra che quando FdI era all’opposizione, votò a favore dei provvedimenti Draghi di fronte all’aggressione russa all’Ucraina.

Una circostanza che però non si ripete oggi di fronte all’escalation drammatica del conflitto in Medio Oriente. Lo si è visto nelle varie manifestazioni di piazza contro Israele e contro il piano europeo di riarmo, ed è stato confermato nell’aula di Montecitorio ieri nel dibattito seguito alle comunicazioni della Presidente del Consiglio. Meloni ha ribadito che l’Italia lavora per riaprire la via negoziale sul nucleare iraniano, che non cambia linea sul sostegno all’Ucraina, che sostiene il piano ReArm Europe e che accetta l’aumento delle spese per la Difesa, e infine che ritiene «inaccettabili» le conseguenze a Gaza della pur legittima reazione israeliana di fronte al massacro del 7 ottobre.

Quanto ad una richiesta tradizionale delle sinistra, ossia quella di non concedere agli Usa le basi militari per azioni belliche in Medio Oriente, ovviamente il governo – come tutti i governi che l’hanno preceduto, compreso quello di D’Alema durante la guerra in Kosovo – non può accettarla, salvo rassicurare che ovviamente una tale decisione dovrà avere il crisma del voto parlamentare. Nulla di tutto ciò è stato accettato dalle sinistre, che si chiamino Pd, M5s o Avs, tre partiti che si legano al tema delle basi militari per ingiungere a Meloni di «non trascinare l’Italia nella guerra» e polemizzano con lei perché non chiama criminale Netanyahu né si rivolta alla «dipendenza da Trump» che «impone che l’Europa spenda di più in armi per favorire l’industria americana delle armi».

In tutto ciò non si è visto un distinguo tra Schlein, Conte o Fratoianni – come a ben guadare non lo si è visto nelle manifestazioni di piazza – ma nello stesso tempo i tre partiti non sono riusciti a firmare un’identica mozione. Forse perché, nella circostanza, Conte è stato troppo esplicito nel chiedere che l’Italia riapra il commercio di gas con la Russia e blocchi definitivamente gli aiuti all’Ucraina. Taluni vedono in queste parole un riavvicinamento di Conte a Salvini, da sempre contrario al piano di riarmo europeo.

È pur vero che Salvini ha firmato la stessa mozione con Fratelli d’Italia e Forza Italia per approvare le dichiarazioni di Meloni: sì al riarmo europeo, sì agli aiuti a Zelensky. Come si vede da questa articolazione, l’opinione politica italiana è tutt’altro che unita, e questo determina la nostra debolezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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