Opinioni

Resurrezione, la ribellione possibile del nostro tempo

Continuare a dire con consapevolezza nel credo, pur negli umani e normali interrogativi, «aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà» è un atto altissimo, pur controcorrente, verso la cultura contemporanea
«Resurrezione di Cristo», Nicolas Bertin (XVII sec.)
«Resurrezione di Cristo», Nicolas Bertin (XVII sec.)

Sull’ingresso di alcuni cimiteri bresciani campeggia la scritta «Resurrecturis», parola latina, molto semplice, che può essere tradotta con «a coloro che risorgeranno» o «per coloro che sono destinati a risorgere». Non è inopportuno richiamarlo in questi giorni di ricordo dei Santi e dei morti.

Se, infatti, la visita ai propri cari o conoscenti defunti nei cimiteri è toccante per tante ragioni umane che hanno il nome di affetto, memoria, nostalgia, ferita per un vuoto o una mancanza, bisogna anche ricordare che uno dei cardini del cristianesimo è proprio la fede nella resurrezione. Una resurrezione che non sarà qualcosa di vago e sfuggevole, ma concreta, espressa con la formula «resurrezione della carne». A questo proposito i racconti evangelici dell’incontro con il Cristo risorto sono molto chiari, pur nella divergenza di particolari.

Eppure il tema della resurrezione è uno dei più accantonati dai contemporanei, anche da quelli che si considerano cristiani. Anzi più che di accantonamento si potrebbe parlare di indifferenza, rifiuto, negazione. Pure nelle abbondanti analisi del disagio adolescenziale e giovanile, anche foriero di recenti violenze, spicca il timore del futuro che può non esserci, nella vita della propria esistenza e nella vita oltre la storia. Tuttavia questo dato di fatto, innegabile, è una forte contraddizione: il forte vitalismo nella nostra cultura, l’attaccamento spasmodico all’ora presente, il godere la vita perché l’attimo è sfuggente sono indicatori del desiderio di non morire. Sono la spia della rimozione della morte, del rifiuto che la morte sia la definitiva parola fine sul destino di ogni persona. L’idea che la resurrezione non sia da considerare una fiaba inventata, una illusione, una falsità può essere supportata da tre fatti incontestabili.

Il primo riguarda una agile pubblicazione edita dalla Morcelliana, divenuta un vero e proprio bestseller. Il professor Nanni Bazoli ha dato vita ad un profondo dialogo coi suoi nipoti che possono essere la voce di tutti i giovani d’oggi che pongono domande critiche alla fede cattolica, soprattutto riguardanti l’aldilà e la vita che continua. Il libro si intitola «Vita eterna. Conversazioni con i miei nipoti». Le recensioni e le presentazioni di questa pubblicazione hanno registrato, anche sulla stampa laica, lusinghiere ragioni per dire che anche i giovani, di fronte a risposte sagge e non timorose, critiche e non apologetiche, che cercano di conciliare fede e ragione, possono benissimo ritrovare la speranza che Dio non può che volere per noi la pienezza di vita, superando la visione che la morte sia la fine naturale di tutto.

Il secondo fatto riguarda pure la recente pubblicazione, sempre dell’editrice Morcelliana, nella quale il teologo mons. Giacomo Canobbio affronta il non facile tema. L’opera si intitola «Sulla risurrezione». Ma il sottotitolo è alquanto intrigante: un mistero teologico e scientifico. Mons. Canobbio non solo ripercorre il grande mistero alla luce della riflessione teologica, ma non esclude che di questo mistero possa parlare anche la scienza, soprattutto partendo dalle ultime scoperte sulla trasformazione della materia. Il terzo fatto può essere riconosciuto nella intervista fatta a don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e animatore di comunità terapeutiche.

Alla domanda sulla sua fede nella risurrezione il sacerdote rispose con una inappellabile affermazione. Invitato dall’intervistatore a dire le ragioni della sua certezza di risorgere portò una motivazione semplicissima: disse di sentire che avrebbe rivisto concretamente sua madre, quella madre che cominciò a stare fisicamente male senza la presenza del figlio dopo aver appreso dal giornale di un attentato ad una delle comunità. Il fatto, per lui doloroso, lo porta a dire che è necessario che avvenga questo incontro. E non sono pochi coloro che, senza troppe ragioni teologiche e dottrinali, sentono che deve esserci una risurrezione per poter reincontrare le persone amate e incontrate in vita.

Continuare a dire con consapevolezza, pur negli umani e normali interrogativi, nel credo «aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà» è un atto altissimo, pur controcorrente, verso la cultura contemporanea. Non per nulla il teologo mons. Giacomo Canobbio, nella citata opera, riporta la frase dell’autore spagnolo Javier Cercas, ateo e anticlericale, ma amico di papa Francesco. Nella sua opera «Il folle di Dio alla fine del mondo» scrive: «E se la resurrezione della carne e la vita eterna fossero la massima forma di insurrezione, la ribellione superlativa?».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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