Referendum, la sconfitta che cambia il quadro politico

Giorgia Meloni ha sfidato la sorte e ha perso. Era sicura di poter evitare l’errore di Matteo Renzi nel 2016 ma non c’è riuscita. È il terzo presidente del Consiglio che presenta una riforma costituzionale al referendum e riceve dall’elettorato un rifiuto senza appello. Successe appunto a Renzi che la pagò con le dimissioni, e successe a Berlusconi nel 2006. Meloni si è illusa di poter mantenere indenne il suo trono qualunque fosse stato il risultato («Sappiate che non me ne vado fino alla fine della legislatura») ma non è stato possibile.
Ora l’opposizione italiana e gli ambienti internazionali che meno la amano la considereranno un’anatra zoppa, e la sua lunghissima campagna elettorale verso le politiche del 2027 è inaugurata da una sconfitta quando solo fino a qualche tempo fa tutti prevedevano un trionfo che ne avrebbe anticipato un altro per la prossima legislatura.
Del resto ad un certo punto Meloni si è resa conto che se non si fosse mossa lei in prima persona il suo elettorato non si sarebbe mobilitato, e per questa ragione è scesa in campo mentre gli alleati Tajani e Salvini osservavano un cerimoniale riserbo. Mettendosi in gioco, da politica battagliera qual è, sapeva quale avrebbe potuto essere il rischio. Adesso aspettiamo la mossa di reazione: una riforma elettorale per mettere in difficoltà l’opposizione? Un anticipo di elezioni politiche per non rischiare di essere rosolata a fuoco lento? Vedremo. Alla premier non manca la fantasia dei politici di razza. Ma sarà dura.
Dall’altra parte, quella dei vincitori – il Campo Largo, la Cgil di Landini, l’Anm, la generazione Gaza – si esulta ma nello stesso tempo ognuno osserva le mosse del vicino di tavolo. Il primo a gettare le carte è stato l’astuto Conte che subito ha chiesto le «primarie di coalizione» per stabilire da adesso chi sarà il candidato premier della sinistra che dovrà prendere il vento dalla vittoria di marzo.
È chiaro che l’avvocato Conte vede se stesso come unico credibile candidato. Ma Elly Schlein non è stata timida nel ricordare all’alleato che il Pd è il partito che si può legittimamente attribuire di aver concorso più di tutti alla prevalenza del No, se non altro per una questioni di voti, e che il Pd ha già una candidata premier: lei stessa. Vedremo come andrà avanti.
Ma soprattutto vedremo come questa coalizione che tale non si dichiara, procederà verso quei riformisti moderati che si sono schierati controcorrente per il Sì alla riforma Nordio. Avranno ancora spazio? E se saranno accompagnati alla porta, la coalizione sarà definitivamente un agglomerato di sinistra-sinistra senza sponde nell’elettorato moderato? È un rebus delicato, pensiamo solo alle compatibilità internazionali, in tempi come questi.
Ma questi a ben vedere sono problemi che si porranno più avanti: ora il campo largo si gode una vittoria che sembrava impossibile, quando il Sì del centrodestra aveva un vantaggio insormontabile. Poi la paura di toccare la Costituzione, la brutta campagna elettorale del centrodestra, le gaffe di questo e di quello, forse l’antipatia per Trump, i dazi, la benzina, vai a sapere. Da oggi si guarda a elezioni politiche non più scontate.
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