Per il referendum scatta la tregua di Sanremo

La campagna elettorale rallenta per qualche giorno, mentre l’attenzione del Paese si concentra su uno degli appuntamenti musicali più attesi dell’anno
Le schede di un referendum - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le schede di un referendum - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Manca un mese al referendum sulla riforma costituzionale in materia di giustizia, ma l'aria che si respira nel mondo politico è irrespirabile. Nonostante l'intervento di Mattarella al Csm (una vera rarità, segno che il Presidente ha sentito il bisogno di intervenire per bloccare una deriva mediatica che potrebbe avere gravi ripercussioni su tutto il sistema) più di qualcuno ha fatto finta di non sentire, anzi di cogliere nelle parole del Capo dello Stato soltanto le parti più utili per il proprio fronte.

Inoltre, i sondaggi ormai vedono il «sì» e il «no» alla riforma (si ricorda che non è come per i referendum abrogativi: qui chi vuole la riforma vota sì e chi non la vuole vota no) praticamente alla pari, senza contare che l’assenza del quorum rende necessario il confronto fra gli schieramenti.

In passato, in occasione dei referendum abrogativi, chi voleva conservare la norma faceva campagna per l’astensione, unendo il proprio non voto a quello fisiologico della metà degli italiani e vinceva la partita. Stavolta non è così: per vincere, bisogna contarsi.

Ecco perché, come nel 2016, la contesa è dura e in qualche modo coinvolge la premier, perché fare campagna elettorale vuol dire esporre troppo il governo e forse creare un effetto contrario (di chi va a votare no non contro la riforma, ma contro la Meloni), mentre non impegnarsi può togliere alle «truppe» di centrodestra il mordente necessario per andare compatte a votare sì.

Senza contare che solo una parte molto piccola di chi è interpellato nei sondaggi conosce i dettagli tecnici e lo spirito della revisione costituzionale riguardante la magistratura; quindi, quei pochi che dicono di voler votare lo fanno in gran maggioranza per motivi prettamente politici.

Inutile negare che oggi lo scontro è politico, perché nel merito non si entra: si usano argomenti che sembrano attinenti ma sono spesso fuorvianti e divisivi. Mattarella ha capito che con questi presupposti si finisce comunque male, perché la consultazione non produrrà semplicemente un vincitore, ma anche tante macerie.

Purtroppo, l’arbitro è intervenuto durante la rissa in campo e i giocatori hanno solo fatto finta di seguire l’invito alla correttezza e alla moderazione. Di solito, le uniche cose che possono stemperare il clima sono potenti diversivi: con le Olimpiadi non ha funzionato, ma ora forse il Festival della canzone italiana di Sanremo servirà a distrarre l’elettorato e a calmare un po’ le acque per una settimana; dopo, potrebbe arrivare un grave conflitto fra Usa e Iran a spostare l’attenzione, rendendo gli italiani meno esposti a una propaganda che, su entrambi i fronti, sembra fatta più per disgustare che per portare alle urne.

Del resto, se i dibattiti fossero tutti nel merito, sarebbero noiosissimi, perché la riforma ha aspetti tecnici e risvolti pratici molto importanti, ma anche troppo complessi per il grande pubblico. Le semplificazioni, come si è visto, sono devastanti. Sembra di assistere al referendum del 1974 sul divorzio, quando alcuni esponenti politici usarono toni talmente forti da produrre effetti opposti a quelli desiderati. Solo che del Fanfani di allora – scatenato all’attacco – stavolta ce n’è ben più d’uno.

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