Il referendum che non deve avere conseguenze

Domanda: s’è mai visto in Italia un referendum che non abbia avuto conseguenze politiche? Risposta: mai. Lasciamo stare i referendum passati alla storia, da quello repubblica-monarchia a quello sul divorzio che travolse Fanfani. Limitiamoci agli ultimi a carattere istituzionale in questa cosiddetta seconda o terza Repubblica. Ma prima, ricordiamo perché ci poniamo la domanda: perché il governo in carica dopo aver approvato in Parlamento una riforma sul tema esplosivo delle carriere dei magistrati che ne disintegra le correnti, ha inteso rivolgersi all’elettorato per averne il giudizio ma proclamando nello stesso tempo che qualunque fosse stato l’esito, la stabilità del governo medesimo non avrebbe avuto conseguenze.
«Anche se vince il No, non ce ne andiamo fino alla fine della legislatura, è chiaro?», più chiaro di così Giorgia Meloni non poteva essere. E tuttavia la presidente del Consiglio rischia di illudersi. Il tono dello scontro referendario si accende ogni giorno di più: da una parte il centrodestra con il suo alfiere Carlo Nordio e la stampa schierata; dall’altra il combinato magistratura-sinistra-giornalisti che ha trovato il suo ariete nel procuratore di Napoli Gratteri.

L’uno ha detto che le correnti sono paramafiose (ma citava Nino di Matteo, che pure è un santino della sinistra), l’altro considera che chi vota Sì sia quantomeno un poco di buono. Questo è il tono. Tanto per incorniciare il quadro, ieri il Ministero della Giustizia, su richiesta di un deputato di centrodestra, ha chiesto all’Anm di chiarire chi finanzia il comitato per il No. La sdegnata risposta di Cesare Parodi è che il comitato è sì promosso dall’Anm, ma da essa è totalmente autonomo, dunque chiedano agli interessati chi paga, lui nulla ne sa. Peccato che il comitato sia composto e presieduto da magistrati, a cominciare da Parodi medesimo. Come diceva Oscar Wilde l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù.
Ma questo è il tono della battaglia: senza esclusione di colpi, da una parte e dall’altra. È immaginabile che l’esito dello scontro non avrà conseguenze politiche? Le ebbe quando a referendum nel 2006 andò Berlusconi che presentò la sua riforma costituzionale sulla devolution che venne sonoramente bocciata, affogò il federalismo della Lega e sancì la sconfitta del centrodestra che aveva già perso (ma solo per pochi voti) il duello con Prodi. Per non parlare del referendum del 2016 sulla riforma promossa da Renzi il quale aveva spavaldamente annunciato l’uscita dalla politica in caso di sconfitta. Infatti si dovette dimettere.
Proprio il precedente Renzi ha reso avvertita Meloni, io non farò come lui: «È chiaro?». Già, ma c’è una forza delle cose che i partiti possono controllare fino ad un certo punto. Se la Meloni, pardon il centrodestra, vince, ha già vinto le elezioni del 2027 e il Campo Largo si frantuma ancora di più. Se perde, avrà la tentazione di cercare subito la rivincita anticipando le elezioni per non passare un anno intero da anatra zoppa. L’unica cosa improbabile è che tutto rimanga come è adesso.
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