Il referendum e le ricadute sul futuro di Giorgia Meloni

I nostri padri costituenti, alla luce dello sbocco autoritario cui aveva portato la democrazia diretta (i famosi plebisciti mussoliniani), non hanno nutrito dubbi su quale democrazia adottare per la neonata Repubblica.
La scelta unanime fu, in linea con tutte le consolidate democrazie occidentali, per una democrazia rappresentativa, ossia indiretta, accompagnata da un sistema elettorale rigidamente proporzionale, perché tutti i partiti fossero rappresentati in parlamento. Solo così la Repubblica avrebbe guadagnato piena legittimazione. Alla democrazia diretta riservarono solo un piccolo spazio: quello del referendum abrogativo. Temevano la ricomparsa di un nuovo «uomo solo al comando».
Questa fu la ragione per cui evitarono che gli elettori potessero rilasciare deleghe in bianco all’uomo del destino di turno. Limitarono la loro espressione di voto diretto alla conferma o bocciatura di una legge votata dal Parlamento, per di più escludendo la materia tributaria e i trattati internazionali, oltre l’amnistia e l’indulto. Cacciata dalla porta, la politica è rientrata presto dalla finestra.
I soli referendum tenutisi in questi ottant’anni di vita democratica, che hanno riscosso una grande partecipazione e sono risultati perciò validi (lo ha ben chiarito Marco Frittella) sono stati quelli che hanno assunto un preciso significato politico. In altre parole, quelli nei quali gli elettori hanno voluto esprimersi sul governo in carica, assai più che sul merito della legge sottoposta al loro giudizio.
Così è stato in particolare per i referendum relativi alla legge elettorale (la prima del 1991 che abrogò la preferenza multipla, la seconda del 1993 che portò all’abbandono del sistema proporzionale) e per il referendum, sempre del ’93, che decretò l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti. Non di meno, un preminente significato politico hanno assunto i referendum sulle riforme costituzionali di Berlusconi del 2006 e di Renzi del 2016.
Per quanti sforzi faccia la Meloni per non farsi fagocitare nel gorgo della contesa elettorale sulla separazione delle carriere dei magistrati, al fine di evitare di pagare lo scotto di un’eventuale sconfitta del Sì, sarà ineludibile la forte ricaduta politica. Ricordiamo come, altre volte, una bocciatura del quesito referendario sostenuto dal governo sia costato assai caro: a Renzi addirittura la posizione di premier. Improbabile che si giunga a tanto nel caso della Meloni. Non potrà evitare, però, che lo scenario politico assuma una piega diversa a seconda che al referendum vincano i Sì o i No.
La presidente di FdI si è affrettata a dichiarare che in caso di abrogazione della legge voluta dalla maggioranza, non si dimetterà. Circola anzi la voce che cercherebbe di fare di necessità virtù. Sarebbe tentata di indire elezioni anticipate. Questo, per due ragioni. La prima è che l’opposizione, al momento impreparata allo scontro, sarebbe presa in contropiede. Non ha ancora sciolto in effetti nemmeno il nodo della scelta del suo candidato alla premiership: se sarà la Schlein, la sindaca di Genova Salis, Conte o chi altro. La seconda ragione è più sottile: con la Schlein come candidata aumenterebbero di gran lunga le probabilità di vittoria per la Meloni alle elezioni del 2027. La segretaria del Pd è un avversario da lei giudicato meno ostico di altri. Più scontato sarebbe l’impatto di una bocciatura del No. Si aprirebbe allora un rimescolamento delle carte all’interno sia del campo largo sia del maggiore partito dell’opposizione, investiti dalla sconfitta. E questo non sarebbe per la sinistra il presupposto migliore per affrontare la cruciale battaglia elettorale dell’anno prossimo.
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