Opinioni

Quei «possibili noi» che restano inespressi ma tornano a bussare

Non ci muoviamo nel presente spinti solo da bisogni immediati, ma per dare alla luce le versioni future di noi
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

«I sé possibili sono identità interiori specifiche, cariche di dettagli emotivi e cognitivi»
«I sé possibili sono identità interiori specifiche, cariche di dettagli emotivi e cognitivi»

«Non perder mai di vista il grafico di un'esistenza umana, che non si compone mai, checché si dica, d'una orizzontale e di due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato». - M. Yourcenar, Memorie di Adriano

Nel settembre 1986, due psicologhe dell'Università del Michigan, Hazel Markus e Paula Nurius, introducono la teoria dei possible selves – dei sé possibili e con essa la risposta a una domanda fondamentale: come diventiamo ciò che siamo? I sé possibili sono identità interiori specifiche, cariche di dettagli emotivi e cognitivi, che funzionano come bussole invisibili nelle nostre scelte quotidiane.

Non semplici sogni ad occhi aperti. Rappresentano ciò che potremmo diventare, ciò che vorremmo diventare e, altrettanto potentemente, ciò che temiamo di diventare. L'intuizione è straordinaria: non ci muoviamo nel presente spinti solo da bisogni immediati, ma per dare alla luce le versioni future di noi (allontanandone altre temute).

Markus e Nurius distinguono tre categorie di sé: quelli sperati – ciò che desideriamo diventare; i sé attesi, ciò che realisticamente potremmo diventare e i sé temuti, le versioni che vogliamo evitare. Tutti e tre coesistono nel nostro repertorio interiore, e tutti e tre esercitano una pressione reale sulle nostre scelte quotidiane.

Per la ricercatrice Daphna Oyserman, la motivazione più efficace nasce dall’equilibrio fra i sé sperati positivi ed i sé temuti negativi. Il contrappeso di questo timore, per paradosso, rafforza la spinta verso l'obiettivo. Senza questo equilibrio la motivazione resta fragile. Infine tutto funziona a una condizione: il sé possibile dev’essere percepito come raggiungibile. Lavorare sui propri sé possibili, insomma, non significa solo sognare in grande, ma osservare con onestà quali versioni future di noi che chiedono di emergere abbiano una concreta possibilità.

È un lavoro sottile, inconscio ma quando funziona, quando la versione futura di noi che vogliamo diventare si manifesta, entriamo in perfetta sintonia con il compito della nostra anima. Il problema si pone quando vita e circostanze ci costringono a sceglierne una seppellendo tutte le altre. Accade quello che Robert Johnson, analista junghiano descrive in modo tagliente: «Quando d’un tratto odiamo il nostro lavoro, la nostra vita, possiamo essere certi che il non vissuto stia attirando la nostra attenzione».

Non è crisi, è richiamo. Sono i sé abbandonati che bussano alla nostra porta: lo scrittore che non siamo stati, il viaggio non fatto, la strada abbandonata al primo bivio difficile, un amore ignorato. C'è un dolore specifico per tutti i «possibili noi» abortiti quando la scelta definitiva diventa perdita irrimediabile perché scegliere è pur sempre anche rinunciare.

Forse la salvezza sta nel riconoscere che le linee sinuose di cui scrive Yourcenar non si risolvono mai in una traiettoria pulita. Che i possible selves che ci abitano non sono sogni accantonati, ma possibilità dormienti e sta a noi decidere se lasciarli a decomporsi dentro a grumi di rimpianto o farli germogliare alla luce di ogni nuova, concreta, possibilità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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