La parola di oggi è: anaclitosi (dal greco anaklino, «appoggiarsi»). In psicologia (René Spitz) indica una forma di dipendenza affettiva che sottende ad un attaccamento, simile a quello per la madre, dalla quale si dipende totalmente per la sopravvivenza fisica ed emotiva. Una morbosa necessità con la quale un individuo, con la scusa dell’amore, fa affidamento totalmente sull’altro per la propria esistenza.
Aggiungendo semplicemente il verbo faghèin, «consumare», si arriva a quel tipo di amore e di relazione che consuma, divora ciò su cui si appoggia. Chiameremo anaclitofagia questa tendenza perversa di concepire l’amore. Siamo propensi a pensare ad una rara casistica, eppure molte vittime illustri ci sono passate.
Eugenio Montale, intrappolato dai ricatti e dalle minacce di suicidio della compagna (e poi moglie) Drusilla Tanzi, donna colta, scrittrice, tutt’altro che fragile, che aveva a sua volta lasciato il marito ed un figlio per fuggire con il più giovane Montale. Quel coraggio di andare verso la felicità senza guardare in faccia a niente, che aveva avuto per sé, lo negherà totalmente al suo compagno. Quando Montale le dice di voler partire per gli Stati Uniti con Irma Brandeis (Clizia), Drusilla inscena due tentativi di suicidio. Quella partenza non avverrà mai. Una resa progressiva lo inchioda al suo destino e, ormai vedovo, scriverà ad Irma: «Io ti voglio più bene dei miei occhi e non so perché insisto a restar vivo: forse perché l’ho promesso a te. Tutto è troppo orribile». La voce tremante di un uomo che ha vissuto di sbieco, senza la forza di andare né di smettere di rimpiangere di non averlo fatto.
Lev Tolstoj, l’anatomo patologo delle trappole del matrimonio, ebbe una ancor più triste sorte. La fuga disperata da Sofja (la moglie spietata che lo spiava, controllava, tratteneva con tentati suicidi) ad ottantadue anni lo porterà a morire solo in una stazioncina deserta e sperduta. Aveva aspettato una vita intera per essere libero. A Maksim Gorkij aveva confessato: «Nessuno di noi ha alcun senso di sé stesso, tranne che nei conflitti che ci dilaniano». È una chiave spietata: il dolore delle contraddizioni come unica forma di identità. Uomini grandi, grandi menti, schiacciati in un paradosso strutturale: più si stringono i lacci di una relazione più la relazione si svuota. Non c’è un solo colpevole. Chi trattiene e chi resta partecipano alla stessa danza lugubre: uno stringe per non smarrirsi, l’altro si smarrisce per paura delle conseguenze e si svuota, ed un essere svuotato non può reggere nulla.
Poi si deve dare il nome giusto alle cose: un ricatto emotivo con la minaccia autolesiva è strumento di controllo, e parla una lingua malata e violenta. Una forma di possesso che non lascia lividi, ma agisce con precisione crudele. Chi la subisce resta avvitato nella colpa, sospeso tra il desiderio di libertà e la paura di doverne pagare un prezzo troppo grande. È una distorsione orribile da vivere, che scambia il possesso per amore, l’egoistico anelito alla sopravvivenza per complicità. Una condanna ad una eterna prigione per due.
La realtà è che a pochi è dato il coraggio di abitare la propria solitudine invece di appoggiarla tutta sull’altro. Amare il destino che incontriamo nell’altro è l’amore vero: la sfida che è dare e ricevere dal profondo e purifica. Auguriamoci di saperlo vivere.




