Opinioni

Quanto è difficile far ascoltare e comprendere la nostra voce

Senza voce le nostre parole sarebbero fantasmi vaganti alla rinfusa nella mente, forse immagini e segni
La voce, il più antico strumento comunicativo ed il più misterioso
La voce, il più antico strumento comunicativo ed il più misterioso
AA

Nel giardino è ancora tutto buio. Miryam piange disperata. Il sepolcro è vuoto. Yeshua è scomparso. Pietro e Giovanni, accorsi al suo richiamo, sono appena andati via e due angeli le sono apparsi accanto al sudario abbandonato quando, improvvisamente, alle sue spalle un uomo la rimprovera: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Credendolo un custode del giardino, con la voce rotta dal dolore lo supplica: «Dimmi dove l’hai portato ed io lo prenderò!». «Maria!» la rimprovera quell’uomo e in quell’intimo modo di pronunciare il suo nome, lei lo riconosce. Non il volto, non il corpo e neppure la voce nelle prime parole ma nel modo in cui, solo lui, la chiama, lei lo riconosce.

Una donna guarda fuori dal finestrino di un treno, sta ripassando mentalmente le cose da fare appena arriverà a destinazione. È in viaggio per lavoro. Una vita intera nel suo zaino di cinquantenne quando, improvvisamente, da qualche parte nel vagone, fra tutte, una voce la scuote. Qualcosa di sepolto che piano si desta. Qualcosa di ibernato che ritorna alla vita da abbinare come un accessorio a qualcuno di noto. Tutto è molto confuso. Si concentra. Non le parole ma il ritmo, il timbro, la cadenza, un certo modo di sillabare, fors’anche di ridere. Con chiarezza sorprendente sente che quella voce le è familiare e la sta portando all’indietro dentro ad una vecchia stagione della vita. Decide di seguirla e lo trova. Cambiato, molto cambiato, probabilmente non l’avrebbe mai riconosciuto e si sarebbero sfiorati senza riconoscersi, e chissà quante volte è accaduto su quello stesso treno, se non fosse stato per quel suono e le sue note familiari: una qualità precisa della persona, un’impronta digitalizzata per sempre nella sua anima.

La voce, il più antico strumento comunicativo ed il più misterioso. Puro evento che sembra solo apparentemente appartenere all’istante in cui viene emessa ed ascoltata e invece la sua impronta musicale vivrà per sempre in chi l’ha ricevuta. Il veicolo principale del linguaggio degli udenti ed anche delle loro emozioni.

Senza voce le nostre parole sarebbero fantasmi vaganti alla rinfusa nella mente, forse immagini e segni. Il primo suono di ogni essere umano, la prima cosa che una madre attende insieme al primo respiro: il primo atto con il quale un figlio si rivela a sua madre. Quello stesso Figlio che ci ricorda la liturgia di questi giorni, dalla croce grida al Padre suo nei cieli: «perché mi hai abbandonato?» e riceve in risposta un silenzio spesso come la pietra del sepolcro che attende il compimento della sua missione terrena. La voce umana dell’Uomo nel suo momento più nudo, disperato e vero. Un grido che risuona da duemila anni fra noi non perché sia potente, ma perché vero. Un grido che chiunque abbia amato in silenzio, chiunque abbia parlato a chi non poteva o non voleva sentire, conosce molto bene. Quel suono che aneliamo nella perdita e che, se anche per un solo istante raggiunge i nostri sensi la persona che lo possiede torna fra noi. «Miryam!» esclama Gesù risorto! «Guardami meglio! Mamma!» vagisce il neonato. «Padre! Perché mi hai abbandonato?» esclama il figlio morente.

Ecco, forse che la nostra Voce sappia farsi davvero significato delle nostre emozioni e venga davvero ascoltata è certamente la cosa più complicata del nostro, pur sempre incredibile, viaggio terrestre.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...