Opinioni

Quando l’amore ha una porta proibita

C’era una volta un tempo in cui le fiabe non servivano ad addormentare i bambini ma a svegliare gli adulti che sarebbero diventati: Barbablù di Charles Perrault è una di queste
Silvia Valentini

Silvia Valentini

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Una porta semiaperta
Una porta semiaperta

«Il était une fois». C’era una volta un tempo in cui le fiabe non servivano ad addormentare i bambini ma a svegliare gli adulti che sarebbero diventati. Barbablù di Charles Perrault è una di queste. Intanto inizia laddove di solito le altre finiscono: con un matrimonio.

Il protagonista ha una folta barba di colore blu e questo particolare, sottolinea l’autore, lo rende «ripugnante». Ha avuto molte mogli tutte misteriosamente scomparse. Ora ne cerca una nuova ed ha messo gli occhi su due sorelle, totalmente indifferente a quale delle due gli dirà di sì. Le conquista avviluppandole nel luccicante mondo della sua ricca dimora. La sorella maggiore avverte qualcosa e si ritira.

La più piccola, ne resta abbagliata al punto di affermare decisa: «La barba, in fondo, non è poi così blu». Quella barba è quella sensazione che ti coglie al primo appuntamento ma che scacci via. Quella frase fuori posto, quel momento in cui i suoi occhi si mostrano glaciali, quel piccolo gesto violento, la gelosia travestita da premura, il controllo mascherato da attenzione.

Barbablù non la nasconde al mondo, non la taglia, sa benissimo come fare in modo che le sue prede scelgano di non vederla. L’illusione che crea è più stupefacente della verità che nasconde. Lascerà la sua sposa da sola dandole tutte le chiavi della dimora, compresa quella di una porta che le proibisce, minacciosamente, di aprire. Il divieto come sadico esercizio di potere: verrai premiata se continuerai a non guardare chi sono davvero.

Quando la sposa, ossessionata dalla curiosità, aprirà la stanza proibita (scoprendo i cadaveri delle mogli che l’hanno preceduta..), la chiave, cadendo, si macchierà indelebilmente di sangue. Non importa quanto la si strofini, il segno resterà come prova. È una delle immagini più potenti della favola, ci dice una cosa precisa: la conoscenza macchia e quella macchia non si cancella. La chiave sanguina perché ci si convinca che quello che si è visto è reale.

George Steiner ha scritto pagine illuminanti su questo passaggio affermando come l’atto di aprire quella porta non simboleggi disobbedienza bensì «il tragico merito della nostra identità». Vedere non è un tradimento ma l’atto più coraggioso che esista in una relazione costruita sull’inganno. Non aprendo quella porta tradiremmo noi stessi.

Barbablù cambia nome, cambia abito, cambia dimora, è dentro le nostre case patinate, nelle nostre relazioni, lui e le sue spose. Tutte hanno scelto di ignorare la barba, di ignorare che chi le aveva precedute non era più ritornata. Tutte hanno avuto l’ardire di aprire la porta proibita, di guardare il vero ma l’ultima ha scelto di lottare e di salvarsi. I fratelli che intervengono nel finale rappresentano le risorse interiori: il coraggio, la lucidità, l'istinto di sopravvivenza.

Quella chiave che sanguinava non era una condanna ma una bussola per anima. Ed infatti, solo dopo aver abbandonato le illusioni, aver riconosciuto la realtà per ciò che era l’ultima moglie potrà aprirsi ad una relazione sana ed autentica, fondata non su promesse ed apparenze ma sulla coerenza tra ciò che si vede e ciò che realmente esiste. La fiaba di Perrault ci consegna una mappa: se la sua barba è blu, se le sue ex stanno male, tu potresti essere la prossima e non avere fratelli che arrivano, con tempismo perfetto, a salvarti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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