Opinioni

Lo sguardo sistemico nella mediazione familiare e non solo

L'approccio sistemico relazionale nella mediazione familiare non è un semplice strumento professionale, ma uno sguardo che va oltre la superficie delle cose
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Una ragnatela
Una ragnatela

Sempre più di frequente mi trovo a dover spiegare, anche a colleghi mediatori, cosa significhi fare mediazione sistemico relazionale. Ed ogni volta mi accorgo che la risposta sta più nell’essere che nel fare. L’ approccio sistemico non è uno strumento professionale che si usa e poi si ripone a favore di un altro, no. È un modo di stare nella stanza e nel mondo. Un modo di leggere la vita e le relazioni.

Una bussola di navigazione. È uno sguardo che va oltre la superficie delle cose e del tempo. Non so se sono diventata mediatrice familiare scoprendo l’ottica sistemica o se è accaduto il contrario, me lo domando spesso. Certamente, questa visione ha cambiato la mia vita ed il modo di osservare ogni aspetto del reale. Come se qualcuno avesse acceso una luce in una stanza che avevo sempre attraversato al buio.

«Il ragno necessita della visione d’insieme della propria tela per costruire le sue affascinanti strutture. Non può tessere guardando solo un filo alla volta. Ha bisogno di vedere l’intera ragnatela – la forma, i nodi, le tensioni, gli spazi vuoti –. Così anche noi, per capire un sistema familiare, abbiamo bisogno di quella stessa visione d’insieme della fitta ragnatela di intrecci, vicende, destini ed emozioni al di là dello spazio e del tempo».

Così la vede Daniele Ronchi ed è la realtà. In una famiglia in crisi, non c’è mai un solo filo spezzato, bensì un’intera struttura che si è dovuta ridisegnare dentro ad un compito evolutivo, alla ricerca di un nuovo equilibrio proprio grazie al dolore. Aiutarla significa guardare non solo la vicenda narrata ma il complesso della struttura familiare e la trama nella quale è intessuta. Nella stanza arriva una versione del conflitto che rispecchia una visione parziale (non per questo meno reale) delle cose, ma non la lettura completa della situazione: è la mappa ma non il territorio (Alfred Korzybski).

Le parole con le quali lo si descrive non sono il conflitto, ma una rappresentazione della storia, filtrata dalle emozioni, dalle difese che ciascuno ha costruito nel tempo. Il rischio, per chi ascolta, è di restare intrappolato in quella mappa. Con la mediazione sistemica si intraprende un viaggio nel tempo alla ricerca delle tempeste passate, delle emozioni abitate, degli stili di attaccamento cui si è attinto per superarle, dei bisogni inespressi, delle lealtà invisibili.

Un viaggio affascinante che, passo dopo passo, fa scivolare dalle spalle la pesante coltre del conflitto (come un uccello che cambia il piumaggio) rivelandolo per quello che è: il prodotto inevitabile di una storia complessa che ci precede. Davvero non so se sono diventata mediatrice familiare scoprendo il pensiero sistemico o viceversa. Quello che so oggi, è che non riesco ad immaginare l’uno senza l’altro. È semplicemente una forma di presenza.

Significa arrivare nella stanza della mediazione con l’emozione dell’incontro ed il rispetto per una storia che si snoda e chiede di essere ascoltata. Significa confidare che se si crea l’ascolto giusto, qualcosa di importante e risolutivo troverà modo di emergere. Non sempre accade. Non sempre il conflitto si dipana, non sempre le persone riescono a vedere il territorio sconfinato oltre la propria mappa. Ma quando accade so che è dovuto alla grazia sottile di quello sguardo che tutto ricomprende, come la tela per il ragno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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