Giù le mani da Manzoni! L’annuncio del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara lascia assai perplessi. Al punto che lui stesso ha ridichiarato a più riprese dopo le affermazioni iniziali, come per aggiustare il tiro, e l’ha «buttata in politica» (un sempreverde in questo tipo di polemiche, che equivale più o meno, come si direbbe a Roma, «a buttarla in caciara», nel senso della volontà di spostare l’attenzione e il focus della discussione). E, così, ha anche voluto ironizzare, dicendo: «Noto con piacere che improvvisamente giornali e commentatori di sinistra hanno sposato valori conservatori».
Ma ritorniamo al punto, e alle parole originarie del ministro da cui è scaturito il dibattito, piuttosto acceso (e che molto ci dice anche del caos informativo, e culturale, di questa nostra fase). Nelle indicazioni nazionali del ministero dell’Istruzione indirizzate ai licei si ridimensionano I promessi sposi, non più considerati come un «classico contemporaneo». Ma su questo, giustappunto, bisognerebbe intendersi bene, perché la definizione di classico è, al contempo, complessa in tutte le sue sfaccettature e lineare, invece, nell’indicare la permanenza del messaggio e l’attinenza alla condizione umana di un’opera artistica. Le indicazioni ministeriali proseguono affermando che, perciò, nel primo biennio è meglio far leggere «libri meno complessi», e invitano alla lettura del capolavoro manzoniano «in forma integrale o per brani» soltanto dal quarto anno, e «senza sommergere gli studenti di analisi in classe».
E Manzoni si ritrova pertanto in eccellente compagnia dell’altro grande padre della nostra lingua nazionale, Dante Alighieri, fino a poco fa oggetto di forsennata «appropriazione» da parte della destra al potere, e invece pure lui ridimensionato e «castigato», dal momento che la commissione ministeriale riduce la durata dello studio della Divina Commedia a 2 anni dagli attuali 3, nel corso del secondo biennio, suggerendo la lettura esclusivamente di una serie di «brani significativi» per restituirne «un’idea complessiva». Un processo di sostanziale semplificazione, dunque; e un po’ curioso, viene da aggiungere, visto che a pagarne le conseguenze sono i due autori che «più identitari non si può» per il nostro Paese. Rimanendo dalle parti del grande scrittore lombardo, andrebbe allora rammentato alla commissione ministeriale il fatto che leggerlo rappresenta una lezione di libertà. Il suo cattolicesimo liberale è intriso dell’idea di opporre resistenza all’arbitrio del potere (quello dell’Innominato, formidabile personaggio allegorico).
I Promessi Sposi sono un ritratto e una descrizione esemplari dell’oppressione subita dai più deboli, un tema che Manzoni porta alle estreme conseguenze nel suo saggio sulla Storia della colonna infame. E, soprattutto, sono una narrazione straordinaria intorno all’antropologia italiana, con i tanti personaggi discutibili e codardi che si piegano agli arbitri del potere e lo assecondano, insieme, nondimeno, all’idea che la fiammella della speranza non vada mai abbandonata. E, pertanto, il libro manzoniano, a proposito di classici tuttora contemporanei, e del 25 Aprile appena trascorso, si potrebbe definire anche come una lettura resistenziale ante litteram.
Ma qui si sta facendo troppa «analisi», per ritornare alla definizione un po’ spazientita della commissione, e dunque «non sia mai». E, così, magari al liceo gli studenti lo potranno anche trovare un po’ impegnativo (e finanche noioso), ma in seguito alcuni di loro lo riscopriranno, accorgendosi di quanto sia stato importante «averci a che fare». Fare cose difficili stimola, e non si dovrebbe andare a ricercare - specie nelle istituzioni formative ed educative - delle scorciatoie. Ancor più nella «scuola del merito» di Valditara, che dovrebbe invece risultare programmaticamente contraria alla concezione della «riduzione della fatica». O no? Altro che egemonia, quindi, ma una contraddizione dietro l’altra (per parafrasare il titolo di un recente film pluripremiato agli Oscar)...




