La paura del cambiamento in peggio, che ci sovrasta trasversalmente alle generazioni, è il sentimento maggiormente diffuso col quale siamo chiamati a fare i conti e che detta i comportamenti praticati nel quotidiano. La paura dell’oggi, rispetto a quanto conquistato ieri e alla condizione prefigurata per il domani.
Il rischio che ci pervade è di stare peggio, ma peggio davvero, se non interveniamo a salvaguardia di quanto precedentemente conquistato. Una chiusura a riccio che si fa comportamento di sfida al ridisegno degli equilibri sociali. La politica è alle prese con una tale condizione. L’onda del consenso ai nazionalismi più escludenti viene interpretata come la scelta del primato della paura.
I telegiornali, e le trasmissioni televisive di approfondimento, ci martellano con le «cattive notizie», che coltivano la sfiducia in quanto accade e sembrano travolgere tutte le reti di protezione. Ogni giorno la vita si apparecchia come più costosa e precaria nel suo evolversi. Si è passati dalla attesa fiduciosa alla compromissione del fare. Così alla politica viene chiesto di alzare i muri, piuttosto che di costruire ponti sui quali far transitare le differenze, considerate le matrici strutturali dei disagi provati e di quelli preventivati.
Le destre più radicali ottengono una inusitata ventata di consensi, sfogatoio che erode i meccanismi di democrazia partecipata bollata come inadeguata a gestire in positivo i cambiamenti necessitati. I costi delle guerre pesano sui bilanci pubblici e familiari e fanno paventare un corto circuito devastante. La pompa della benzina e il carrello della spesa sono lì a confermare che le spese crescono senza remore, in una corsa che non ci può lasciare indifferenti.
L’oggi non pare indirizzato al bene, anzi coltiva la precarietà. I contrasti politici classici paiono orientati agli specifici interessi di parte, quindi non consoni a dare soluzioni di prospettiva. Cambiare le leggi, ma per ottenere cosa? Il lavoro è giudicato in forse, per il venir meno dei canali di elaborazione tradizionali e per la non conoscenza di cosa diverrà in futuro. L’intelligenza artificiale è approcciata come una sfida che supera le capacità di controllo, singole e di comunità. Quale tipo di lavoro ci sarà in un futuro che già bussa alle porte?
Se la paura dell’oggi e del domani muove i nostri passi, allora ogni previsione di razionalità risulta fallace. Gli anziani vedovo svanire i loro mondi e si sentono spaesati, i giovani ignorano cosa li attende e chiedono prospettive. Alla complessità si replica con la riduzione alla semplificazione. Non soddisfa, ma almeno si ipotizzano scenari. Si può invertire l’andamento? Solo se si batte la logica del primato della paura che governa tutto. Non sarà semplice, perché si fatica ad individuare cosa possa invertire l’attuale tendenza. Non c’è un tempo lungo per operare una simile transizione. Servono fatti concreti che incidano sulla qualità della vita.



