I piccoli Stati come modello di vita civile internazionale

Leone XIV è stato il primo fra i Papi del nostro tempo a visitare il Principato di Monaco, il più piccolo dei nove piccoli Stati d’Europa – Città del Vaticano esclusa. In quell’occasione storica, lo scorso 28 marzo, il pontefice ha voluto donare il proprio contributo a un concetto caratteristico della tradizione culturale europea e della politica internazionale, quello di «piccolo Stato». «Il dono della piccolezza e un’eredità spirituale viva», ha detto il Papa, «impegnano la vostra ricchezza a servizio del diritto e della giustizia, specie in un momento storico in cui l’ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace».
Sei giorni dopo, il primo aprile, nel suo discorso per l’ingresso dei nuovi Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, il Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, ha ricordato che, di fronte alle minacce alla convivenza internazionale, «i piccoli Stati sono spesso i più esposti, e talvolta anche i più lucidi».
È così che la vicenda politica e ideale del «piccolo Stato» si conferma, ancora oggi, un elemento essenziale di convergenza e d’incontro delle riflessioni politiche sul problema dell’ordine internazionale. Questa coincidenza di discorsi solenni, pur diversi e peculiari, conferma che il «piccolo Stato», inteso come modello di vita civile e internazionale, si rivela sempre, nella cultura europea, uno dei più caratteristici punti di confronto tra politica, morale e diritto. Ciò avviene specialmente nei momenti storici in cui, come accade oggi, nella realtà internazionale questa triade collassa sotto i colpi devastanti delle grandi potenze.
A ben vedere, difatti, l’enfasi sul piccolo Stato, sulla sua concreta esistenza pacifica, cela in controluce una riflessione non solo sulla sua natura e il suo significato, bensì su quella del suo contraltare ideale e reale, cioè la grande potenza. Il discorso sul piccolo Stato si ravviva perciò quando il confronto implicito col suo opposto diventa urgente. Oggi questa urgenza è massima, perché le grandi potenze sono anche le grandi irresponsabili nelle relazioni internazionali.
Oggi si dà il caso che due grandi potenze del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come la Russia e gli Stati Uniti, siano anche due Stati aggressori. Per questo, nel momento in cui due grandi potenze sono impegnate in guerre sconsiderate, e aggravano quotidianamente la tensione internazionale, la lucidità dei piccoli Stati viene enfatizzata dai protagonisti della politica multilaterale. Quando i discorsi sul diritto e la giustizia sembrano cadere nel vuoto, essi ricadono naturalmente sui piccoli Stati – ultimo appoggio sicuro.
Ciò s’intende bene, appena si consideri il nobile bisogno di ridare dignità e concretezza al principio dell’uguaglianza giuridica di tutti gli Stati e a quello morale della giustizia internazionale. Sono difatti questi i principi che ancora permettono effettivamente, senza vere alternative, l’esistenza del piccolo Stato, e che oggi alcune grandi potenze cercano di rendere perfettamente astratti e praticamente inutili. Il piccolo Stato, più di chiunque altro, ma certo non da solo, li incarna però nella vita internazionale, come modello e come realtà.
Benché le grandi potenze lavorino ormai incessantemente per colpirli entrambi, cercando di accreditarne la negazione con la logica della forza, questi principi però sopravvivono come postulato della convivenza internazionale e sono duri a morire. Se è vero che esistono le ragioni della forza, è altrettanto vero che esistono anche quelle del diritto, e la politica ha necessità di entrambe. Per questo, se è così, citare «il dono della piccolezza» significa ricordare, a chi di dovere, la sciagura della potenza.
Michele Chiaruzzi, docente di Relazioni internazionali, Università di Bologna
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