La nuova politica di potenza e la pace disarmata del Papa

Siamo di fronte a una fase nuova della storia, dove poco valgono i riferimenti alle organizzazioni internazionali, al tribunale penale internazionale o al diritto internazionale
Papa Leone XIV - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone XIV - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Eccola, la «terza guerra mondiale a pezzi», alimentata da una «economia che uccide» (copyright Papa Francesco). Se ce ne fossimo dimenticati, o assuefatti, ecco un nuovo fronte, che ci riporta alla «dollar diplomacy» americana dell’inizio del ventesimo secolo, combinazione di interessi economici e azioni militari.

Ma soprattutto, e questo è il punto, ci conferma che siamo di fronte a una fase nuova della storia, ove poco valgono i riferimenti pure nobilissimi alle organizzazioni internazionali, al tribunale penale internazionale, come pure al diritto internazionale o al multilateralismo.

O gli antichi discorsi sul soft power. Sono tempi di guerra, una guerra subnucleare, che picchetta zone di influenza e dunque di libertà di azione bellica per chi se lo può permettere, anche se non ci sono le classiche dichiarazioni di guerra, retaggio dei secoli scorsi.

Si tratta di «operazioni militari speciali», perché la parola guerra ipocritamente si preferisce non utilizzarla. Disgusta ancora le opinioni pubbliche, anche se potenti propagande cercano di assuefarle, di assuefarci. Questo tempo nuovo sorprende le cancellerie tradizionali e soprattutto spiazza l’Europa.

C’è dunque prima di tutto un problema politico e dunque culturale. Che paradossalmente è il più urgente. Soprattutto per chi «ripudia» la guerra, come è scritto nella nostra Costituzione.

Parallelamente dunque agli sviluppi ancora imprevedibili della guerra a pezzi e della stessa situazione in Venezuela, che rischia di fare al fine di altri stati oggetto dell’intervento militare ed economico statunitense, dall’Iraq alla Libia, è necessario articolare un discorso per la pace che sia sintonizzato sul nuovo tempo presente, che non sia anacronistico o retorico.

Ecco allora il contributo di Papa Leone, che sta cercando proprio in questi giorni, col messaggio del primo gennaio per la Giornata mondiale per la pace e con l’Angelus dopo il blitz in Venezuela di articolare il discorso per la pace in termini adeguati al tempo della guerra mondiale a pezzi.

Perché il discorso per la pace deve tenere conto dei tempi nuovi e nello stesso tempo parlare ai veri interessi della gente, che non vuole la guerra, ma una pace ben ordinata. Di fronte all’azione di Trump, il Papa prima di tutto guarda al «bene dell’amato popolo venezuelano».

Si fa interprete dall’aspirazione a «superare la violenza», che attanaglia da troppo tempo la società, e in concreto «intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».

Non è un catalogo di buone intenzioni o di belle parole. È un programma istituzionale. Se vuoi la pace, e riprendo una bella formula proposta da Flavio Felice, non para bellum, preparati alla guerra, piuttosto costruisci istituzioni. Partendo e arrivando alla concreta base e realtà sociale. Questa in concreto è la pace «disarmata e disarmante», non imbelle o retorica, ma attiva e propositiva.

È la via della democrazia del XXI secolo, che per ora sembra deserta, stratta tra la liquefazione dei principi e dei valori tradizionali e la rincorsa bellica, alimentata da interessi economici di pochi, troppo pochi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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