La crisi e le responsabilità delle istituzioni mondiali

Mentre continuiamo a subire le ondivaghe decisioni di Donald Trump, la situazione dell’economia mondiale tende velocemente a radicalizzarsi verso prospettive decisamente negative. Come spesso capita, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, la politica sembra lontana dal senso di realtà. Un esempio concreto viene dal nostro Paese dove tutta la politica per settimane interessata più alle sorti del referendum che a quelle del sistema economico e sociale, ora continua a mettere al centro delle proprie attenzioni gli effetti che il voto di due settimane fa ha generato nelle singole coalizioni piuttosto che entrare nel merito di una situazione economica che mostra elementi di criticità per tutti.
La stessa decisione della presidente Meloni di ridurre le accise per 20 giorni, e ora di prorogare la misura per altri venti, appare come un chiaro segnale di una scarsa valutazione di quanto l’attuale crisi mediorientale inciderà per i prossimi mesi. Provando a ricapitolare la situazione va sottolineato come, a prescindere dalla reale possibilità di una tregua o di un cessate il fuoco duraturo, gli effetti dei bombardamenti incrociati sulle strutture petrolifere, sulle aree di stoccaggio, e sulle linee distributive del petrolio e del gas abbiano già fatto comprendere come le fonti energetiche in arrivo da quella zona del mondo difficilmente potranno tornare ad essere estratte, stoccate e distribuite prima di un lungo periodo.
Non basta permettere alle 1.000 navi bloccate nei pressi dello stretto Hormuz di riprendere il loro viaggio per ristabilire il flusso di olio e di gas a chi di queste fonti energetiche ha grande necessità. Allo stesso tempo non si possono immaginare riavvii di flussi navali a costi simili a quelli dei mesi scorsi senza prospettive serie di pace duratura. Allo stesso tempo, andando oltre al tema prettamente legato alle fonti energetiche, va sottolineato come gli effetti inflazionistici che si stanno già registrando sia in Occidente sia in quei paesi che non hanno rapporti diretti con Cina e Russia, difficilmente potranno ridursi a breve.

Oggettivamente, visto il rapido adeguamento che abbiamo registrato dei listini di materie prime, semilavorati, servizi e prodotti finiti, sarà molto complicato attivare un percorso di rientro senza che questo venga coordinato e imposto a livello globale oltre che gestito (e controllato) dai singoli Paesi (abbiamo visto nel nostro piccolo come molti distributori di benzina abbiano fatto orecchie da mercante alla decisione sulla riduzione delle accise).
Qualcuno inizia a fare riferimento ad uno dei momenti più temuti a livello macroeconomico, ossia la prospettiva di una stagnazione che vedrebbe coinvolto l’intero pianeta. Su questo sentiero si stanno collocando gli studiosi che sottolineano la differenza tra il trauma generato dal Covid e quello a cui stiamo facendo riferimento in queste settimane. Finita quell’esperienza, la macchina dell’economia è ripartita quasi immediatamente raggiungendo livelli di produttività ed efficienza addirittura superiori a quelli che avevano preceduto la pandemia.
Questo scenario senza interventi di governo forte a livello governativo internazionale e locale, difficilmente potrà verificarsi per via naturale. Da questo punto di vista si può dire che «qui si farà la loro nobilitate» intendendo in questo modo sottolineare come istituzioni mondiali e locali dovranno dimostrare la loro capacità di affrontare anche questa nuova crisi.
Due sono le sfide che le politiche internazionali e locali dovrebbero affrontare rapidamente. La prima è legata alla necessità di imporre e di generare meccanismi in grado di spegnere il fuoco inflazionistico operando nel contempo al fine di sostenere le politiche di sviluppo e di sostegno dei mercati, compreso quello del lavoro.
PRESIDENT TRUMP: We’ve decimated Iran both militarily and economically. The countries who receive oil through the Strait of Hormuz must now take care of that passage.
— Department of State (@StateDept) April 2, 2026
We will be helpful, but they should take the lead in protecting the oil they so desperately depend on. pic.twitter.com/2OmKAJL8Eg
La seconda sfida, che appare un po’ utopistica oggi, è quella legata alla necessità di agire, a livello di sistema, adottando logiche collaborative e condivise, superando, in sintesi, proprio quelle divisioni che negli ultimi anni hanno aperto la strada a guerre reali o combattute sui mercati.
Naturalmente questo ragionamento vale anche con riferimento ai singoli paesi. Anche se la politica si confronta ancora sui temi legati alle guerre secondo schemi ideologici abbastanza consolidati e, in parte superati, sarebbe opportuno girare pagina e dedicare energie e individuare quegli indirizzi capaci di affrontare adeguatamente gli effetti delle guerre e del riavvio post conflitto come avvenne alla fine dei due grandi conflitti mondiali.
Anche in questo caso, purtroppo, il sospetto è che la nostra politica attuale non sia attrezzata culturalmente e valorialmente per muoversi secondo queste linee.
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