Opinioni

I piccoli reattori nucleari e i bisogni di imprese e famiglie

Brescia ha già una storia industriale fatta di trasformazioni coraggiose, l’atomo non sembra davvero una di quelle
Monica Frassoni

Monica Frassoni

Commentatrice

La centrale di Mochovce in Slovacchia, alla cui realizzazione ha contribuito Enel
La centrale di Mochovce in Slovacchia, alla cui realizzazione ha contribuito Enel

Il Giornale di Brescia pone una domanda giusta: come garantire alle acciaierie e alle famiglie bresciane energia continua, pulita e a prezzi accessibili? La risposta della Regione, sei piccoli reattori entro il 2050, merita invece un esame attento.

Lo studio regionale parte da un fatto: il fotovoltaico produce di giorno, le fabbriche lavorano anche di notte; da qui l’opzione del nucleare, come base costante di produzione elettrica. Ma nucleare e rinnovabili seguono due logiche opposte. Un reattore, che costa moltissimo costruire e smantellare, per ripagarsi deve lavorare sempre al massimo. Una rete con molto sole e vento chiede il contrario: impianti flessibili, che salgono e scendono.

La Francia, nucleare per due terzi, quando sole e vento abbondano deve rallentare i reattori ed esportare, anche in Italia, spesso sottocosto, a spese in buona parte dei francesi. Le ore senza sole si coprono con il vento, con i pompaggi idroelettrici, di cui abbiamo quasi 8 gigaWatt, e con le batterie: sarà sempre più così. Hanno ancora limiti, ma la ricerca evolve rapidamente, già oggi si costruiscono in meno di 2 anni, e l’Italia ha una manifattura all’avanguardia. I piccoli reattori, in Occidente, semplicemente ancora non esistono o sono a livello di prototipo.

Il primo in Lombardia sarebbe previsto nel 2035 e il sito andrebbe scelto entro il 2028. Ma mancano ancora un modello preciso, un deposito per le scorie, un’autorità di controllo, soldi certi. E nel mondo ne funzionano 2: quello russo, una nave nell’Artico, ha richiesto 13 anni invece di 3 e mezzo ed è costato 6 volte il previsto; quello cinese 11 anni invece di 5, e lavorano entrambi a potenza ridotta.

Sui costi, negli articoli e nella legge, nessuna cifra. Facciamoli noi. In Canada i 4 piccoli reattori di Darlington, 1.200 megaWatt, costeranno circa 13 miliardi di euro: il primo sarà pronto, dicono, nel 2030, gli altri entro il 2036. A quei prezzi, i 1.800 megaWatt lombardi costerebbero circa 20 miliardi. La banca d’affari Lazard stima il nuovo nucleare a 155 euro al megaWattora. Sole e vento, batterie comprese, costano tra 43 e 137 euro, a seconda del luogo e delle batterie: sempre meno del nucleare. E l’efficienza costa ancora meno: per l’Agenzia internazionale dell'energia l’industria può tagliare un quarto dei consumi con tecnologie già pronte, ripagate in 5 anni o meno. L’assessore Sertori pensa che a pagare potrebbero essere consorzi di imprese energivore: insomma le acciaierie bresciane si accollerebbero costi alti, rischi e poca efficienza. Oppure tutti noi, in bolletta. Prospettive entrambe poco attraenti.

Alle acciaierie elettriche serve elettricità a buon prezzo oggi, non fra 10 o 15 anni. Il problema non è che manca il nucleare, ma che il gas fissa il prezzo in oltre il 70% delle ore e che l'elettricità è tassata molto più del gas cosa che scoraggia l’elettrificazione anche dove sarebbe possibile. Ma già oggi imprese bresciane mostrano la strada: Feralpi si è impegnata in un accordo decennale per l’acquisto di energia rinnovabile, Alfa Acciai recupera il calore dei forni e riscalda 5.000 famiglie.

Inoltre, nella foto che illustra l’articolo, si vedono reattori grandi come caldaie e un signore che passeggia tranquillamente e in piccolo, la dicitura «immagine generata con l’AI». È opportuno che un giornale pubblichi immagini senza alcun legame con la realtà? Il vero reattore cinese, con recipienti alti come un palazzo di 8 piani, sorge in riva al mare accanto a un enorme reattore tradizionale. Quello canadese, dice il costruttore, occupa due campi da calcio, ha un pozzo di 38 metri e un’altezza di 35, più le zone di sicurezza. E servirà moltissima acqua: quest’estate la siccità ha fermato la centrale ungherese di Paks e 3 reattori francesi, mentre il Po a Cremona scorreva a un terzo della portata media. Con un calcolo prudente, sei reattori potrebbero evaporare ogni anno l’acqua di quasi mezzo milione di persone.

La crisi climatica è già qui. Tra rinnovabili, efficienza e accumuli che si costruiscono in pochi anni e abbassano le bollette e reattori nucleari di vecchia tecnologia e solo un po’ piu piccoli che arriveranno forse tra 20 anni, a costi che nessuno dichiara e con impatti poco prevedibili, la scelta deve essere quella più veloce e sostenibile. Brescia ha già una storia industriale fatta di trasformazioni coraggiose. Il nucleare non sembra davvero una di quelle.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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