I termini dell’accordo tra Stati Uniti e Venezuela per lo sfruttamento delle risorse petrolifere del secondo sono a dir poco straordinari. Il governo venezuelano offre una concessione di 100 anni, per lo sfruttamento di 17 giacimenti petroliferi, a una compagnia petrolifera, la North American Blue Energy Partners (NABEP), di cui è amministratore delegato il quarantacinquenne Alejandro Betancourt, figura controversa, indagato per corruzione e riciclaggio in diversi paesi, inclusi la Svizzera e la Spagna, e capace di creare un impero economico grazie alle sue relazioni con il regime di Chavez e Maduro.
A costo zero, NABEP garantisce una quota azionaria del 35% al Dipartimento della Guerra statunitense. Al Dipartimento di Stato si concede l’acquisizione a prezzo di produzione del 20% del petrolio estratto da NABEP, da utilizzarsi primariamente per rimpinguare le riserve petrolifere strategiche degli Usa e per scopi militari, e si garantisce inoltre la priorità nell’acquisto del restante 80%. Il governo degli Stati Uniti, inoltre, ha diritto di veto sulla nomina di qualsiasi membro del consiglio di amministrazione della NABEP, la cui maggioranza dovrà essere costituita da cittadini statunitensi. La compagnia s’impegna in un ambizioso piano d’investimenti infrastrutturali di 100 miliardi di dollari, necessari per rendere efficienti e produttivi i 17 giacimenti petroliferi, le cui riserve provate ammonterebbero a 65 milardi di barili. In 25 anni, lo stato venezuelano dovrebbe ottenere 200miliardi di dollari in tasse e diritti di concessione.

Sono previsioni, queste ultime, che quasi tutti gli analisti considerano velleitarie e irrealistiche. Anni di grottesca malagestione delle risorse venezuelane sotto il regime di Chavez e Maduro hanno drammaticamente impoverito non solo il paese, ma anche le sue infrastrutture petrolifere. Secondo alcune stime, con gli investimenti previsti – per quanto rilevanti – ci vorrà almeno un decennio per riportare la produzione ai livelli di 30 anni fa. Le proiezioni sull’effettiva accessibilità delle riserve venezuelane appaiono a loro volta eccessivamente ottimistiche. Che ci si affidi poi a personaggi come Betancourt, collusi col regime e complici dei suoi fallimenti, non può che sconcertare.
Ma sono le categorie e la retorica che hanno ispirato e giustificato questo accordo a lasciare letteralmente senza fiato. Gli obiettivi sono chiari: accrescere la sovranità energetica degli Stati Uniti, limitare se non azzerare quella venezuelana, ridurre il peso delle risorse del Medio Oriente e quindi la sua centralità geopolitica. C’è davvero molta hybris dietro tutto ciò. E sappiamo bene, come vediamo anche nella guerra con l’Iran, quanto progetti ambiziosi e finanche visionari possano cozzare contro una realtà ruvida e ineludibile, capace di presentare immediatamente il suo conto.
Il caso specifico ci offre al contempo un esempio di imperialismo nudo e crudo, che non credevamo potesse più esistere. Persino un conservatore a tutto tondo come Elliott Abrams – che fu rappresentante speciale per i rapporti con il Venezuela durante la prima amministrazione Trump – ha definito l’accordo come il prodotto di una «visione delirante di ciò che è il colonialismo».
Il Venezuela è, di fatto, ridotto a colonia degli Usa; e lo è in modo finanche ostentato, senza dissimulazioni di sorta. Per sopravvivere (e, presumibilmente, per trarre non pochi vantaggi economici), una parte delle élite politiche ed economiche venezuelane si accoda, con un voltafaccia agevolato dall’utilizzo di Maduro come facile agnello sacrificale. Nei rapporti con gli Usa, un pezzo importante di America Latina si ritrova così in una condizione di subalternità e di dipendenza come non era più da almeno un secolo. Nella quale, se la storia ci fa da bussola, difficilmente accetterà di restare.




