La pedagogia civile del Capo dello Stato

Nel discorso di fine anno il presidente Mattarella ha ricordato come dialogo e confronto costruttivo siano alla base della nostra democrazia e del vivere civile
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il discorso di fine anno del Presidente Mattarella è stato, più che in passato, improntato alla pedagogia civile che ha caratterizzato tutti i suoi messaggi (e che lo differenzia in parte non netta, ma significativa, dai suoi predecessori, come può testimoniare chi vi scrive, che ha commentato per la stampa nazionale e locale tutti gli interventi di fine anno del Quirinale dal 1993 ad oggi).

Nel ripercorrere gli ottanta anni della nostra Repubblica, Mattarella non ha voluto impartire agli italiani una sommaria lezione di storia – come forse qualcuno superficialmente ha pensato – ma ha indicato al Paese e a tutti noi la via che la Costituzione e il «modus operandi» dei Padri costituenti ci hanno insegnato: il dialogo e il confronto costruttivo sono alla base della nostra democrazia e del vivere civile.

La pace, le riforme, la vita politica e sociale, l’attività pubblica e privata di ciascuno non possono prescindere dalla necessità di «vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio».

A proposito di Ucraina e Gaza Mattarella aggiunge, parlando però indirettamente anche della situazione internazionale e dei tanti autocrati che dominano il mondo: «il desiderio di pace è sempre più alto e diviene più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte». Il modo di pensare, aggiunge, «la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana e riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande».

La pace e la democrazia nascono, crescono e si incarnano ogni giorno se ne costruiamo le basi. Mattarella chiede alle forze politiche e a tutti gli italiani di capire che «se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace».

In democrazia la prepotenza e il desiderio di opprimere gli altri non può, non deve avere diritto di esistere: questo è un limite sano che bisogna porsi. L’appello all’«affermazione della libertà» (cosa non scontata, in questi anni bui) «la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo; raffigura la responsabilità di essere cittadini».

Responsabilità, appunto, come quella che ebbero i Padri costituenti, che «di mattina discutevano – e si contrapponevano –sulle misure concrete di governo e nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta fondamentale». La Repubblica non è «uno Stato che sovrasta i cittadini, ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie delle comunità».

È con questo spirito che Mattarella ha illustrato agli italiani l’«album di famiglia», ripercorrendo gli ottanta anni che ci separano dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 (il nostro atto fondativo: una scelta di popolo netta, decisa, partecipata e pacifica per costruire il futuro). La Repubblica – che Mattarella definisce «una storia di successo nel mondo, della quale possiamo e dobbiamo essere orgogliosi» non è tale perché abbiamo avuto ottanta anni di latte e miele, ma perché c’è stata una costante tensione per la rimozione o l’attenuazione delle diseguaglianze.

Quando il Capo dello Stato cita il voto alle donne, la riforma agraria, il piano casa (che sarebbe utile anche oggi per tanti – non solo giovani – che non possono permettersi neanche un affitto), il Servizio sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori (senza dimenticare i diritti civili, che ci hanno resi un Paese più moderno), lo stato sociale («che pone al centro la dignità della persona e l’idea di una piena uguaglianza»), richiama l’esempio di chi ha sacrificato la propria vita per combattere il terrorismo e le mafie in nome della legalità («le istituzioni si sono dimostrate più forti del terrore e lo sono state grazie all’unità delle forze politiche e sociali») e non dimentica «lacune e contraddizioni».

La Repubblica ha affrontato lunghe notti, ma «eravamo una società con un basso livello d’istruzione» e una diffusa povertà molto più grave e umiliante – per i singoli, di quella che tutt’oggi affligge molti lavoratori sottopagati o disoccupati. Perciò, «riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e rinnovato impegno comune» perché la democrazia muore se non è caratterizzata dalla vitalità, dallo slancio per migliorare la coesione sociale e il benessere della collettività.

Come riconosce Mattarella, «vecchie e nuove povertà, diseguaglianze, ingiustizie, corruzione, infedeltà fiscali, reati ambientali sono crepe che rischiano di compromettere quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso»: queste parole dimostrano che la pedagogia civile è un atto di alta politica, che dovrebbe insegnare qualcosa ad una classe dirigente mediocre e autoriferita.

Ma sono frasi rivolte anche a tutti noi, «ognuno secondo il suo livello di responsabilità, perché nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi, ciascuno di noi» (quasi una parafrasi de «La storia siamo noi» di De Gregori: «Nessuno si senta escluso»).

L’appello ai giovani, che un giorno (ma già oggi, in verità) saranno chiamati a custodire la democrazia in questo Paese, in un quadro internazionale che sempre più la nega o la sopprime, è il segno che il bene e il male di ottanta anni di percorso non possono essere cancellati o stravolti, perché la libertà e la sana dialettica fra le forze politiche e nella società sono beni fragili, che una volta persi portano alla rovina e alla guerra. Il Presidente si rivolge a ciascuno di noi, cari lettori. Cerchiamo di dare ogni giorno il nostro contributo per un’Italia migliore.

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