Per quasi mezzo secolo Arabia Saudita e Iran si sono combattuti senza giungere alla guerra aperta. Dalla rivoluzione del ’79 hanno sostenuto ordini regionali incompatibili e giocato ruoli contrapposti: Riyadh, perno monarchico sunnita legato agli Usa; Teheran, Repubblica rivoluzionaria sciita capace di proiettare influenza attraverso milizie e alleati locali. Un confronto che è andato spostandosi verso i margini più fragili del Medio Oriente: Libano, Iraq, Siria e soprattutto Yemen, dove l’intervento saudita contro gli Houthi assunse i tratti più evidenti di una guerra per procura. Non era pace, ma una Guerra Fredda regionale in cui regola implicita era colpire l’avversario attraverso attori terzi, senza scontro diretto fra le due potenze.
La riconciliazione annunciata a Pechino nel marzo 2023 non abolì la rivalità, ma cercò di renderla più controllabile. La mediazione cinese offrì alla leadership saudita un modo per ridurre l’esposizione delle proprie infrastrutture agli attacchi iraniani e a Teheran l’opportunità di attenuare il proprio isolamento diplomatico e regionale. Non si trattava di un’alleanza, né di una vera riconciliazione strategica, ma di un’intesa di de-escalation fondata su interessi convergenti: il Regno aveva bisogno di stabilità per realizzare Vision 2030, l’Iran di ridurre la pressione politica e securitaria ai propri confini.
L’accordo mostrava inoltre che la monarchia saudita non intendeva più affidare la sicurezza del Golfo esclusivamente alla garanzia di Washington. Il conflitto del 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran ha incrinato questa architettura. In una prima fase, Riyadh ha cercato di separare la difesa del proprio territorio dalla partecipazione alla campagna contro Teheran, cooperando con Washington sul piano della sicurezza senza prendere parte alle operazioni contro l’Iran. I raid congiunti sauditi e statunitensi del 28 luglio contro milizie filo-iraniane in Iraq, seguiti agli attacchi con droni contro infrastrutture energetiche del Regno, hanno però modificato questa posizione.
Per la prima volta, i sauditi hanno colpito fuori dai propri confini gli attori regionali attraverso i quali il governo iraniano esercita pressione sui suoi avversari. La distanza tra l’Iran e le milizie alleate non garantisce più, dunque, l’impunità della sua rete regionale. La nuova postura saudita si articola lungo quattro direttrici strettamente connesse. Anzitutto, Riyadh non abbandona la distensione con Teheran, ma la accompagna con una capacità coercitiva più credibile. Il dialogo resta necessario per evitare una guerra regionale, ma non comporta più la tolleranza degli attacchi condotti dagli attori armati vicini all’Iran.
Ne deriva una forma di deterrenza selettiva: mantenere il confronto al di sotto della soglia dello scontro diretto con Teheran, colpendo però le reti attraverso le quali essa proietta influenza e pressione militare. In secondo luogo, la monarchia sunnita passa dalla protezione del territorio a una difesa avanzata, estendendo il perimetro della propria sicurezza oltre i confini nazionali. Il nodo strategico è rappresentato dalla continuità tra Iraq e i due principali passaggi marittimi della regione.

Colpire le milizie irachene significa impedire che le minacce provenienti dall’Iraq si combinino con la pressione esercitabile sul traffico attraverso Hormuz e con quella houthi nel Mar Rosso, formando un unico arco di crisi attorno all’Arabia Saudita. La vulnerabilità di Bab al-Mandab riduce infatti anche il valore delle rotte alternative: convogliare il greggio verso Yanbu, terminale petrolifero saudita sul Mar Rosso, consente di aggirare Hormuz, ma espone le esportazioni del Regno ad altre forme di pressione.
La terza direttrice riguarda il rapporto con Washington. La cooperazione operativa con gli Stati Uniti non segna un ritorno alla precedente dipendenza strategica, né implica l’adesione agli obiettivi israeliani nei confronti dell’Iran. Riyadh utilizza piuttosto la capacità militare americana in modo selettivo, quando coincide con i propri interessi, senza rinunciare ai rapporti costruiti con Cina e Russia né al canale diplomatico con Teheran. La collaborazione militare viene quindi separata dall’allineamento politico automatico: è uno strumento dell’autonomia saudita, non la sua negazione.
Infine, l’Arabia mira a trasformare il proprio attivismo militare in una leadership consolidata sulla sicurezza del Golfo. Bahrain ed Emirati potrebbero sostenerla, perché interessati a una difesa più integrata contro missili, droni e reti filo-iraniane. Oman e Qatar invece potrebbero temere che una linea più coercitiva possa ridurre i loro margini di mediazione. Anche l’Iraq rischierebbe di diventare un terreno ancora più esposto alla competizione regionale. Ne deriverebbe un Golfo più centrato sull’Arabia Saudita, ma non necessariamente più unito.
Michele Brunelli – Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea, UniBg




