Opinioni

Iran e Usa, quella pace difficile che serve ai belligeranti

L’intesa pare sempre dietro l’angolo ma due principali motivi si frappongano a una pace di cui entrambe le parti necessitano
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Stati Uniti e Iran cercano un accordo, con la mediazione del Pakistan - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Stati Uniti e Iran cercano un accordo, con la mediazione del Pakistan - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Pare sempre dietro l’angolo, questo accordo tra Stati Uniti e Iran. Eppure non si concretizza, salvo approdare a soluzioni parziali, temporanee e di conseguenza molto fragili. La stessa incertezza dei mercati – e la conseguente volatilità dei prezzi, quella del petrolio su tutti – si è gradualmente attenuata. Nella convinzione che prima o poi Hormuz dovrà essere riaperta; nella acclarata capacità degli stessi mercati di adattarsi con una certa rapidità a situazioni nuove e impreviste; nell’euforia borsistica, e nella speculazione conseguente, su titoli tecnologici legati all’intelligenza artificiale.

I termini del negoziato, e del potenziale baratto, appaiono chiari. L’amministrazione Trump ha un disperato bisogno che lo stretto di Hormuz, uno dei vitali colli di bottiglia dell’economia globalizzata, sia riaperto; che petrolio, gas naturale e fertilizzanti che vi debbono transitare siano rimessi in circolo; e che i prezzi tornino così a calare.

Lo Stretto di Hormuz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Lo Stretto di Hormuz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’inflazione negli Usa è cresciuta ogni mese dopo l’inizio del conflitto: dal 2.4% di febbraio si è passati al 3.3 di marzo, il 3.8 di aprile e ora il 4.2 di maggio (su base annua siamo al 2.9).

Per quanto nominato da Trump con l’esplicita richiesta di abbassare il costo del denaro, il nuovo presidente della FED, Kevin Warsh, può poco con questi numeri e, anzi, è più probabile sia forzato a seguire l’esempio della BCE e intervenire al rialzo, per contenere la fiammata inflattiva. In parallelo, cala il tasso di approvazione dell’operato di Trump, oramai prossimo al picco più basso (il 34%) raggiunto negli ultimi giorni della sua prima presidenza, dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. E alcune sue iniziative – incluso la sconcertante scelta di celebrare il proprio compleanno e il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con una serie di combattimenti di arti marziali miste in una arena attorno a una gabbia nel prato della Casa Bianca – suscitano critiche severe e politicamente trasversali (i sondaggi indicano come non più del 20% approvi la decisione).

L’Iran, per quanto temporaneo vincitore di questo conflitto, ha anch’esso l’impellente bisogno di mettervi fine. Per evitare nuovi raid che ne devastino ancor più le infrastrutture; per prevenire la possibilità che altri esponenti dei suoi vertici civili e militari siano colpiti; più di tutto, per ottenere l’accesso ad alcuni dei suoi tanti beni congelati, di cui la sua economia, oggi in ginocchio, ha un assoluto bisogno.

Tante cose non le sappiamo e, se va bene, le scopriremo negli archivi tra qualche decennio. L’impressione, però, è che due ostacoli si frappongano a una pace reale e definitiva di cui entrambe le parti necessitano. Il primo è relativo alla natura stessa di questa pace. Che più di un accordo onnicomprensivo costituirà una bozza d’intesa, con mille questioni irrisolte, lasciate a successivi negoziati. Come saranno definite tali questioni? Che impegni, per quanto non formalizzati, saranno presi rispetto al programma nucleare iraniano? Come saranno comunicati questi impegni (aspetto fondamentale per la credibilità statunitense e per poter permettere a Trump di rivendicare un qualche successo)?

Il secondo ostacolo, quello sì visibile, è rappresentato da Israele e dai suoi tanti alleati nell’amministrazione repubblicana, al Congresso e nella società statunitense: quella sorta di alleanza organica tra la destra israeliana e quella statunitense che tanto sta facendo per sabotare i negoziati o porre le condizioni acché una futura pace sia strutturalmente fragile e volatile. Un blocco, questo, molto influente, che però sconta oggi un radicale cambiamento di umore nella società statunitense, con una percentuale sempre più alta di americani critici non solo nei confronti di questa guerra, ma della stessa relazione speciale tra Israele e Stati Uniti, e pronti già dall’autunno prossimo a eleggere un numero crescente di Senatori e Rappresentanti che diano voci a tale critica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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